(retroscena) n.5

marzo 6, 2015

La verità chiedetela
ai piatti scombinati che si asciugano, alle luci
di natale che incorniciano
i vetri del balcone e i primi lampi
di bel tempo. Della masturbazione
sanno ogni cosa i libri, i quadri
alle pareti; i miei minuscoli
preziosi animaletti impolverati
sulle mensole
conoscono i dettagli.

Di questi anni
potrò raccontare tre lavori
la mia faccia ricomposta
gradualmente, la mia buona
condotta, il mio rigore, il corso
tanto semplice dei giorni, trascorsi
coi capelli in ordine a spiegare
il latino ai liceali. Le notti
temperate e ferme.

Ma la verità chiedetela alle piante
morte di vento, agli scontrini della farmacia, alla cronologia
del browser, ai segni che si scavano e ricalcano
le ombre accanto al naso, al segnalibro
immobile a tre quarti del romanzo
cominciato a dicembre. Le cose
conoscono i dettagli

di questi anni,
quando tacere un nome era stremante
quanto celare il proprio,
frenare una preghiera richiedeva
lo sforzo di un digiuno. Acquietarsi
dissipava energia quanto una lotta,
puniva il corpo
come negarsi il pane.

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(retroscena) n.4

giugno 5, 2014

Hanno scritto di me poesie bellissime
(oneste, più di ogni altra cosa
erano oneste) e dentro c’ero io ed ero
anch’io bellissima (e onesta)
e mi facevo male.

Ero la bambina muta e l’amante
tradita e nelle loro parole
non sorridevo mai.

Però penso di aver sorriso, a volte
e penso di aver riso
penso di aver cantato
mi ricordo di aver sorriso eppure
non sorridevo mai
nelle loro parole.

Ma non c’erano colpe e stesse
a me il perdono, perdonerei ogni cosa
– un ritratto imperfetto e un abbandono
predetto e forse
una parola di troppo – l’onestà
dovuta è solo quella
tremenda e generosa
di un autoritratto.

***

E poi la lingua che mi aveva incantata
ha avuto altre bambine da impalare, con le stesse parole
che allora non ho mai capito
molto bene – giocavo, in fondo, contro un fuoriclasse –
ma Lei mi disse  “guarda che non bisogna
capire sempre tutto” che non è necessario e nello scarto
ero minuscola e perduta ma il suo petto
colmava la distanza e la sua bocca
mi sussurrava cose semplici di pranzo
e nomi dei falchi e multisala sulla tangenziale
cose che capivo per intero e sorridevo
e non spiegavo mai le mie parole
ma qualcosa nel mio corpo colmava la distanza, oppure
lui era più più sveglio, più pronto
di me e capiva meglio e non c’è mai stata una voce
più bella. Ma dopo la sua lingua
aveva un’altra bimba da incantare e io
non ho più ascoltato niente.

Un ragazzo diverso venne a parlarmi in una lingua
aliena, mi vezzeggiava  in una lingua aliena
mi riportava in terra con la logica
più che con l’amore
mi ipnotizzava con le tassonomie perdute
di erbe commestibili e descrizioni smorzate
dei miei dolori cronici e racconti incredibili
di barbieri d’altri tempi ed elaborati
attrezzi ginnici – chiamava ogni muscolo
per nome – ed era cabala e filologia
ogni sua frase e pretendeva
di insegnare il pudore
alla venditrice di spade. Eppure
ero una corda tesa, una membrana. Per lui
tendevo l’orecchio alle omissioni, alle allusioni
e per lui giunsi ad argomentare
le parole (e se non basta la pelle e non basta
la cronaca, se non basta la carne che non ho mai nascosto
che sia allora un manuale, e non un’ostensione
che sia un trattato di estetica e retorica che sia
il funzionamento di ogni valvola
e la tua scienza, dove fallisce il mio racconto: ti racconto
come ho fatto a dirlo). E io pensavo
di essere indifesa e precisa ma una parafrasi
mi costò quanto tutto
ciò che avevo – un disarmo, un esame
invasivo, ma sorridevo – chissà se vide
spezzarsi le mie armi, mentre deliberavo
una scala di importanza per lui
smembravo la mia voce e mi allenavo
e non sapevo niente, ma capivo.
Capivo ogni cosa per tre volte, spostavo il limite
della comprensione, in scala di grigio
imparavo i colori, in quel sottotesto
infinito, un un’infinita e
appassionata traduzione. Il lavoro più dolce
della terra, penso adesso che ne faccio
un mestiere e potrei spiegare a stento
– ma la potrei spiegare – la carica erotica che ancora
mi commuove nel dogma che ciò che è stato detto
si può dire. Un tremito costante, quotidiano
nel mio orario d’ufficio sfalsato, nelle notti
di silenzio e dedizione: una minuscola
compensazione (non tutto è perduto,
noi soltanto) che mi salvò una sera, quando mi accorsi
di aver disimparato, infine,
disimparato la sua lingua aliena
quando mi accorsi che non potevo più sapere
né capire.

A volte sembra quasi
ci sia pietà (e non crimine)
negli occhi che si chiudono
e i denti che si serrano e le dita
che si stringono nel palmo
– mio tempo, accecami
mio tempo, proteggimi; e poi
che sia perduta ogni parola
irripetibile.

Che sia perduta ogni parola
irripetibile, ed è così che muore
una lingua
e con essa noi, con essa io che sono
troppo adulta per spezzarmi
il cuore, quotidianamente, come il pane
per studiare i rapporti
delle autopsie distratte o sacre o
appassionate, meticolose
o asettiche, dei miei splendidi guerriglieri
semantici, dei miei martiri acattolici,
per indagare gli esiti di voci
feroci o solo troppo distanti
nella sovrabbondanza dei referenti quando
delle parole non resta
che la polisemia o la scelta
deliberata
di un codice inviolabile.

(retroscena) n.3

maggio 14, 2014

Le porte e le finestre hanno sbattuto
a lungo, ma alla fine la tempesta
non c’è stata. Una luna bianca che potrebbe
svegliare i morti, sui vasi allineati
contro il muro, per precauzione.

Nel sogno eravamo tutti e due impacciati
come la prima volta, e sapevo bene quale fosse
la mia espressione: il meglio
del meglio della gioia, il meglio
della mia forza, meglio delle mie parole.

I panni rientrati per non essere
portati via dal vento, in salvo dalla pioggia
che non è caduta.

Nel sogno, stranamente, sapevo di sognare eppure
ti dicevo: è vero, è tutto vero, e tu
mi rispondevi è tutto vero. E io già conoscevo
così bene la tua espressione: il meglio
del meglio di ogni cosa e più forte

del vento che mi consuma dalle mani
la sigaretta. E di me, allineata alla parete con le piante
sopravvissute. Su questo muro una notte, una volta
mi ci sono baciata. I sogni di stanotte sono stati
un tragico errore, come avevo pensato.

(retroscena) n.2

maggio 9, 2013

Toglimi le vette e toglimi gli abissi. Fai
della mia mente una distesa bianca
su cui segnare strade
fissare gli incontri.

La mia mente che tiene traccia, piatta
come un foglio: rappresentabile. Oppure
un mondo dove le cose sono:
vicine o distanti.

La mia mente senza buchi e senza
frane, sotto a un cielo inaccessibile
sopra un inferno inespugnabile
proprio in mezzo. Un posto

con poche cose e normalissime
fughe, semplici rincorse: meraviglia
delle velocità scelte e costrette
al suolo, orizzontali. Nient’altro.

E dopo, poter cadere solo dalla mia altezza.

Non sapere, non dover più vedere
i confini, e dimenticarli

insieme al nome
per gli squarci di
luce, per il fuoco
degli occhi, insieme
alla conoscenza dei fatti.

Perdere il tremito l’attesa e la morte
quotidiana, e insieme

la vertigine struggente
e luminosa

che mi dà voce
e che mi benedice
e che mi strema.

(retroscena) n.1

aprile 26, 2013

Quasi improvviso il magnete che da sopra
strappa via qualcosa
delle ossa (colpi come
di un cuore) – la città,
allora, sbianca il cielo e allora
forse puoi chiudere gli occhi – e poi
sempre dal cielo illuminato
giallo, scende insieme con l’acqua la
terra – respirare è un dato ancora
quasi certo:

inspiri cinque volte e poi

finalmente, finalmente
e poi ancora.

Il cielo, allora, diventa questa cosa
bianca dalla fame, scricchiola elettrica
l’aria tra i capelli, strido se si sfiorano
le dita, se si toccano
i denti

mi strazia e aumenta il battere risonante contro
il petto, grido per l’asfalto che si allarga o che si scioglie o
che (non c’è più voce che tenga, non c’è grazia
se c’è un fuoco appiccato dietro agli occhi
e quelle bocche che)

e pensi, fa’ che ci sia dio, fa’ che ci sia
fa’ che sia vero tutto, che sia
vero che ogni mio osso è polvere e che
cado e poi l’ultima cosa
è il bordo
-che si avvicina-
di un gradino (una cosa accidentale
e irreversibile) e poi
dopo questo tempo
dopo questo
e ancora
sempre
questo
per favore

che io sbatta la testa
abbastanza,
e che sia adesso.

(retroscena) n.0

novembre 6, 2012

Lei mente: l’aria non è così fredda
e i suoi vestiti non sono bagnati.
C’è ancora tempo. Domani
sarà ancora lì.
Oggi gela, ieri stava bruciando.

Le volte che ha invocato aiuto.

Ma chiedile quante volte non è morta,
alla fine: ogni volta
che non stava mai morendo.

E’ la verità. E la sentirai lamentarsi:
dello schianto del sangue del silenzio
dei tradimenti della solitudine e del pianto.
Banalmente. Ma è una bigiarda e non è vero
che non vede
o non ricorda
o non sa
di essere al mondo.

E non è possibile sentire il rumore
dei denti che marciscono.