(small talks) filosofico

marzo 14, 2014

veramente non si fa in tempo a tirar fiato.

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(small talk) n.fuck

febbraio 5, 2014

Altre cose che possono succedere, nel caso sei me.

Alle tre del mattino il telefono vibra, e io sono assonnata ma non così tanto, ho appena chiuso gli occhi e ondeggio e ondeggio e i confini si fanno sottili e questa è solo una delle scuse che potrei accampare per quello che succede un attimo dopo. Il telefono vibra e le vibrazioni si propagano sul materasso sottile e nel cuscino e il bagliore è confortevole, e socchiudo gli occhi nel bozzolo e penso: qualcuno mi chiama alle tre.
Ora, io non rispondo alle telefonate, di base, ancor meno se non riconosco il numero, ancor meno se il numero è nascosto e ancor meno se sto cercando di evitare qualcuno. Però è anche vero che quelli del lavoro non ti chiamerebbero alle tre del mattino solo per dimostrare che li stai evitando, ed è ancor più vero che se lo facessero dimostrerebbero, insieme al fatto che tu li stai evitando, il fatto che loro sono emissari del demonio (che è il punto che vuoi dimostrare tu).
E alla fine, una telefonata alle tre di notte, semplicemente, non la rifiuti.
Mi fingo più assonnata di quanto non sia, pronto, sospiro, sbadiglio, pronto?

E una voce che sembra venire da un’altra vita dice “ehi”. E il materasso si allarga e invade le cronache, i resoconti e i ricordi, non è successo mai nulla, non è successo più nulla e questo non era possibile e invece è possibile e la mia mente mi fornisce decine di spiegazioni plausibili su come questo sia infine possibile, e stia succedendo proprio adesso, lunedì notte alle tre di notte, sento pulsare il sangue in ogni arteria superficiale, e tutto si avvolge di un rumore che è come l’acqua che ti sommerge, ma ritmico e opaco e ci vuole un po’ per riprendermi e per rispondere, con una vocetta che non mi riconosco dico, chi sei?
Con la stessa voce che mi alza i battiti, con un certo tono di delusione, dice: non mi riconosci?
Ripeto: chi sei. Ripete: chi sono.

E poi è come scendere da una giostra, o come uscire dall’acqua tiepida. Sento la rabbia ma più di tutto sento freddo, e naturalmente no, non è possibile, tutto è già accaduto e non accadeva qui, non accadeva a me, e no che non era possibile, prego che la realtà faccia in fretta a tornare, e infatti torna in fretta e io ritrovo i nessi logici, il pensiero consequenziale, tutti i ricordi.

Più che altro sento il freddo, e la tristezza che ondeggia come un’eco, ma trovo il modo e il tempo anche per sentirmi stupida, davvero molto stupida, e l’uomo al telefono svela un lieve, inequivocabile accento campano, accampa scuse implausibili e desideri precisi e dei modi di merda.

Al mattino ritrovo una dozzina di chiamate perse e il mondo identico, le cronache invariate. Traggo le mie conclusioni, anche se non tutte. Principalmente, che sono alla fine più brava a contrastare la paranoia, con le armi della logica, che non il suo opposto: in fondo era di gran lunga più probabile che fossero quelli del lavoro, a chiamarmi alle tre di notte di lunedì notte.

Penso a lungo a cosa possa spingere un uomo ad alternare un tono spavaldo da conquistatore seriale a quello, di gran lunga meno gradevole, da bambino che frigna. Penso che qualcuno dovrebbe dirgli che proprio non sì fa, che non è modo di parlare, soprattutto se sei un molestatore notturno che mi sta chiedendo di avere a che fare con la sua sborra. Quasi spero che mi richiami, per spiegarglielo, ma man mano che passano le ore mi rendo conto che in realtà davvero non me ne frega un cazzo. Nemmeno mi interessa sapere chi è, o dove ha preso il mio numero, o perché sapeva ripeterlo a memoria in quel modo.

(small talks) n.yeah!

gennaio 28, 2014

Come vorrei raccontarla: E il terzo giorno mi licenziai.

Come è andata: Era il decimo, in realtà. Mi fa meno onore, ma il sollievo è uguale o maggiore e insegnare le proprietà delle potenze alle ragazzine delle medie per tre spicci all’ora adesso è bello come il sole di giugno.

Joelle, e un immenso, immenso sorriso interiore.

(small talks)

gennaio 15, 2014

Poi, al secondo giorno, piansi direttamente al lavoro. amen.

(small talks) n.f

gennaio 14, 2014

Oggi era il mio primo giorno di lavoro da Satana È venuto fuori che lui è veramente identico a come lo dipingono e che lui è veramente legione, e poi tornando a casa ho pianto per tutto il tempo. E niente, volevo dire che non mi regge, tutto qua.

(small talks)

luglio 25, 2013

Ma purtroppo, anche se esiste al mondo qualcuno che sa (o saprebbe) e capisce (o capirebbe) quello che sto facendo e quello che sta succedendo e la strada accidentata, e sa e capisce (o sabrebbe e capirebbe) in che luoghi si sono svolti i passi che ho fatto in questa direzione, e tutte le cose (che qualcuno sa o saprebbe e capisce o capirebbe) e che adesso non voglio elencare perché non voglio evocarle perché l’ora delle streghe è troppo vicina (e l’ora dele streghe, nella mia vita, è in realtà più simile a una settimana o a un mese) e brutte cose rischiano sempre, incessantemente, di accadere, anche se esiste qualcuno, qualcuno non sarà qui domani: cosa che terrà  lontani i pianti isterici così come i sorrisi complici, così come la paralisi e il gesto, minuscolo, che sognavo di fare.

La verità è che con me ci sarà molta gente, persone distanti, e non solo non ho idea di cosa queste persone vedano quando mi guardano, di come loro interpretino i miei gesti, la mia assoluta mancanza di interesse, i miei capricci,  ma sono persone così distanti che io non mi sono mai chiesta cosa vedano quando mi guardano e non mi resta che sfoggiare questa auto presentazione, questa rappresentazione che può essere compresa oppure no, bene o male interpretata e in realtà sono così distante che non mi importa, non ho mai chiesto, non me lo sono mai chiesto e tutto quello che faccio sembra un biglietto scritto con la mano sinistra.

Per esempio (della distanza, non del biglietto), oggi mi hanno detto: il nero ti dona, dovresti portarlo più spesso.

Probabilmente sapere che esiste, qualcuno, dovrebbe essere di conforto, ma è solo un puro, lancinante, desiderio, il mio gesto si è perduto con l’angoscia e due baci sulla guancia che mi erano dovuti, probabilmente, ma sta per essere domani e non ho più nulla da raccontare se non questo: che mi dispiace che esista, qualcuno, che sa o potrebbe sapere e invece non lo sa nessuno e non c’è nessuno e questo è tutto. E che se ci fosse, qualcuno, io non sembrerei così annoiata e potrei trionfare, dolcemente, e godermi il giorno insensato che ho pagato così tanto.

(small talk) n.g

giugno 30, 2013

Ho scoperto che mentre io temporeggiavo su wordpress la gioventù virtuale se la faceva altrove, e che altrove si trovano cose belle ma belle sul serio.

; )

 

(small talk) n. p

giugno 17, 2013

Trovo la visita ricevuta oggi da Casarsa quanto mai appropriata, e faccio l’inchino. In un posto con un nome del genere ci verrei a vivere. Pavullo nel Frignano, mi dispiace, ubi maior. In qualsiasi altro giorno avresti vinto.

Rimpiango la lista di referrers dettagliatissima di Splinder, che mi diceva con deliziosa precisione chi era arrivato sul blog cercando un mio verso preciso con anche le virgole giuste e i refusi originali e chi invece trovava la Madonna, nelle mie sembianze, cercando cosce+larghe+fica+spellata+cazzo+in+culo su Google. Per questi ultimi sentivo molto dispiacere, e ancora oggi vorrei chiedere loro scusa per l’ingiusta speranza: aver scritto una volta “cosce larghe” ha causato molto più dolore di quanto potessi aspettarmi. Ai primi dovrei invece dire grazie, sebbene sarei disonesta ad affermare che la mia vanità artistica fosse più grande di quella in senso stretto: mai ebbi lusinga più grande di quando Heracleum mi spifferò che qualcuno aveva cercato su Google culo+nickname della sottoscritta.

Invece, al coglione di Pescara che da tre giorni cerca di forzarmi la mail voglio dire questo: ti ringrazio di alzarmi il contatore delle visite al blog con le settecento capatine al giorno, tu ringrazia che in questo periodo non ho tempo da investire per dedicarmi a te. La mia zoccolaggine a chiacchiere è notoria, ma non abbastanza grande da dimenticarmi di aver parlato un giorno con uno che veniva da. Ora, se sei sveglio, finiscila. Ma ovviamente se fossi sveglio sapresti che qualsiasi particolare piccante sulla mia vita è disponibile online e liberamente scaricabile e che qualsiasi cosa ci fosse in quelle mail, dopo tre giorni che rompi il cazzo è piuttosto improbabile che sia ancora lì. In ogni caso, quello che stai facendo è illegale e sgamabile, due caratteristiche che, combinate, tendono a procurare guai. Nel frattempo, come si dice qui: devi morire male.

(small talk) n.q

giugno 16, 2013

1. non dico che basta la sigla, da sola, a darmi un orgasmo; dico che ci va molto vicina.
2. e che ovviamente adesso ho di nuovo bisogno di fidanzarmi con un cavaliere, e che mi regali un cucciolo di lupo, o una cosa analoga.
3. seriamente: questa sigla.

[per non tradire la prassi che così a lungo ho osservato, e che prevede che la mia crescita avvenga fuori da me -essendo io, come è noto, identica a me stessa da che ho memoria (come sta a testimoniare il fatto che ancora oggi come a quattordici anni mi sciolgo, nemmeno troppo metaforicamente, per il primo guerriero medievale che mostri abilità nella lotta e proprietà di linguaggio)- nel senso che le evoluzioni psicofisiche che mi riguardano sono percepibili solo osservando lo scarto che intercorre tra le mie innumerevoli identità virtuali (a tale proposito, vorrei tantissimo far notare che, non uccidendo mai e in nessun caso nessuna delle mie precedenti incarnazioni, che anzi tornano saltuariamente a manifestarsi in screzi e/o schermaglie sensuali, e che continuano a persistere parallelamente a quella che dovrebbe essere l’identità legittima e regnante, credo di aver trovato la formula dell’eterna giovinezza; intermittente, certo, ma comunque), ho un nuovo vero nome e niente, volevo vantarmi con qualcuno per il fatto che, da qualche parte, sono cresciuta. chiedete gentilmente, di solito rispondo.]

(small talk) n.k

giugno 14, 2013

A.D. 2011

Utente X:
Vanno di moda i titoli demenziali alla Donaera? Carino il componimento.

Miss Joelle  Van Dyne prima che nascesse:
Il titolo è più riassuntivo/contestualizzante che demenziale. Altrimenti “la mia faccia nuova e migliore” poteva sembrare una stronzata suggestiva, e invece è da intendersi in modo puramente tecnico.
Ah, perdonami, dimenticavo: taci.