Per la maggior parte i miei sogni sono sogni di pericolo. Se sto molto bene, sono sogni di avventure. Se sono disperata sogno rappresentazioni allegoriche della mia disperazione, e le metafore sono sempre elementari e perfettamente decifrabili. Se sono molto triste, sogno di fare cose che mi sono precluse, e per tutta la durata del sogno, che è intenso e dolcissimo e più reale della maggior parte delle cose che sento da sveglia, so benissimo che è solo un sogno, che finirà a un certo punto indipendentemente dai miei desideri e dalle mie azioni. So anche che quello che sto facendo, anche se lo faccio in sogno, è una cosa indebita. Quando sono molto triste faccio sogni realistici.

Però venerdì notte anche se ero triste ho sognato di avere un figlio, minuscolo, più piccolo di qualsiasi neonato io abbia mai visto, e che era fragile perché ammalato. Io non sapevo prendermi cura di lui, gli facevo battere la testa. Più avanti diventava un gattino, ma anche quello era troppo ammalato, le zampe erano strane e facevano male al cuore e io ero impotente. Ma poi diventava un uccellino, troppo piccolo per volare, fragile e ammalato e tutto il resto, ma io sapevo cosa fare e sentivo questa cosa immensa che era una sorta di amore più grande di me e dell’uccellino, e una responsabilità antecedente al mio amore ed ero infinitamente felice di sapere cosa fare, e di saperlo fare. Pensavo fosse un sogno di consolazione.

Poi, ieri mattina, passeggiando sotto casa ho visto questa cosa piccolissima saltellare tra le macchine, spaventata da ogni cosa, terrorizzata e irrimediabilmente nel posto sbagliato. Ho sempre conosciuto il dolore particolare dato dalla tenerezza, dalle cose troppo piccole e troppo fragili; le cose che rischi di rompere per disattenzione o per un moto crudele e irrazionale, o perché, semplicemente, non ce la fai più a sopportare quella cosa che brucia nel petto, e hai la tentazione di mettere fine alla paura e alla vertigine, farla finire. Ho cercato di spiegarla molte volte, questa cosa, il tormento della tenerezza, quello struggimento allarmato e dolce. Qualcuno l’ha capito.

Mi stava nel pugno socchiuso, mi stava nel palmo, beveva da un dito e ho pensato: per fortuna, per fortuna ho le mani abbastanza piccole.

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tiny little gifts

(c’è il lieto fine, fate un sorriso).

(Tell me the truth) n. 16

maggio 22, 2013

«L’amore mi ha infettato i muscoli con la superstizione che un corpo possa fare il lavoro di un altro.»

Karen Russell, Vampires in the lemon grove.

(Tell me the truth) n. 15

maggio 21, 2013

COSE SMARRITE

Sono smarrite, ma allo stesso tempo non sono smarrite ma sono da qualche parte nel mondo. Per lo più sono piccole, sebbene due siano più grandi, una giacca e un cane. Di quelle piccole, una è un anello prezioso e una è un bottone prezioso. Sono smarrite rispetto a me e a dove io mi trovo, ma allo stesso tempo non sono scomparse. Sono da qualche altra parte, per qualcun altro, forse. Ma anche se non sono lì per nessun altro, comunque l’anello rispetto a se stesso non è smarrito ma è lì, soltanto non è dove sono io, e il bottone, anche quello, è lì, soltanto non dove sono io.

Lydia Davis, Inventario dei desideri

(retroscena) n.2

maggio 9, 2013

Toglimi le vette e toglimi gli abissi. Fai
della mia mente una distesa bianca
su cui segnare strade
fissare gli incontri.

La mia mente che tiene traccia, piatta
come un foglio: rappresentabile. Oppure
un mondo dove le cose sono:
vicine o distanti.

La mia mente senza buchi e senza
frane, sotto a un cielo inaccessibile
sopra un inferno inespugnabile
proprio in mezzo. Un posto

con poche cose e normalissime
fughe, semplici rincorse: meraviglia
delle velocità scelte e costrette
al suolo, orizzontali. Nient’altro.

E dopo, poter cadere solo dalla mia altezza.

Non sapere, non dover più vedere
i confini, e dimenticarli

insieme al nome
per gli squarci di
luce, per il fuoco
degli occhi, insieme
alla conoscenza dei fatti.

Perdere il tremito l’attesa e la morte
quotidiana, e insieme

la vertigine struggente
e luminosa

che mi dà voce
e che mi benedice
e che mi strema.

(radioshow) n.25

aprile 21, 2013

 

«Le nostre bellissime menti, in fiamme.»

(dettagli tecnici) n.5

aprile 18, 2013

Mi prende la mano, la stringe, qualcosa nei suoi occhi mi somiglia. Dice, più seria e tenera di quanto sarebbe necessario, Posso venire con te a casa tua? Se non devi lavorare tantissimo.

Ha cinque anni e per via di mescolanze etniche azzeccate è bella in maniera disarmante. È alta, ha uno sguardo di sfida costante (sembra che non sappia guardare se non così), i capelli corti e gli le iridi scure, eppure qualcosa nei suoi occhi mi somiglia. Cresce in un quartiere bello e periferico, e di conseguenza dice cose come: Sono contenta che non ti prendono in giro. Ma me sa che nemmeno tu prendi in giro a loro, no? Perché è logico che se tu je meni a uno poi quello pure te mena a te.
È una bambina logica.
Dice anche, Ma te veramente stai a aspettà un bambino? Ma se lo fai lo chiamiamo Mattia? E se fai un bambino ora che sei piccola è tuo o di zia Ada? E poi mi chiede, Perché ti sei sorrisa con quel ragazzo se non lo conosci?
Dice anche, Lo so che magari mò le case ormai sono tutte piene, ma quel barbone non può andare in un posto dove ci sono altri barboni, così magari diventano amici pure suoi e se la cercano insieme? Come te coi tuoi amici. Glielo diciamo?
Per dire che è sveglia, e che qualcosa nella sua svegliezza mi somiglia.

Mi racconta che ha lasciato il suo fidanzato e per lasciarlo ha fatto, nell’ordine, le seguenti cose: non ci ha giocato più, si è messa con n’artro, j’a sputato e poi j’a pure menato. Sputi e menate a parte, le voglio così bene. Le chiedo se ha mai preso il tram e lei rimane in silenzio. Mi dice di no, poi si corregge, Forse me lo dovevi chiedere a casa, così te lo diceva mamma se era vero, io non mi ricordo bene. Prima l’avevo sgridata per la storia di dire bugie e ora non so se è polemica o se semplicemente mi ha presa troppo alla lettera. Ma c’è qualcosa nei suoi occhi e le dico che non importa, non importa. Poi glielo chiedo io a mamma, ora facciamo finta che non ci sei mai stata?
Mi stringe la mano come se fosse importante, qualcosa nei suoi occhi mi somiglia.

Sul tram cerca di spiegarmi che se arrivasse un altro tram dietro al nostro, insieme sarebbero un dinosauro. Non capisco cosa sta vedendo. Se si toccano, mi spiega di nuovo, un po’ in ansia. Sono confusa. Me lo spiega ancora molte volte e alla fine, colpevolmente, le dò ragione anche se non ho capito. Mi guarda e forse si arrende e poi dice, Mi sa che davvero non ci sono mai stata sul tram.

A casa mia, con addosso il mio maglione che le arriva ai polpacci e in sottofondo musica indifendibile, mi costringe a disegnarle dinosauri per tutto il pomeriggio. Mi fai uno cattivo? Mi fai uno che vola? Mi fai un tirannosauro? Mi fai quello con le corna? Per qualche motivo che non afferro le fanno schifo quelli con il collo lungo. Io non so disegnare, ma so ricopiare, cerco dinosauri su internet e divento sempre più brava: alla fine il triceratopo spacca il culo. Mi chiede se può dire a scuola che l’ha disegnato lei.

Ora però sentite: la bambina prende la matita e mi chiede se può farlo lei, un disegno. Una coccinella. Una lumaca. Una tartaruga. Io, prevedibilmente, approvo le sue scelte. Quando arriva alla tartaruga la guardo disegnare una linea curva a cupola, il guscio, e poi da quella iniziarne un’altra più allungata, il collo. Quando chiude la seconda curva, alla base del guscio, di colpo spalanca la bocca, gli occhi le si allargano di stupore e per un momento non riesce a parlare. Mi dice, Guarda! Le dico che è bella. Mi ripete, No, guarda! Io non capisco, la tartaruga è davvero bella e proporzionata, le ripeto che mi piace. E lei dice, sempre più agitata, Guarda il collo! Qualcosa mi sfugge.
E poi lei dice, Sembra veramente una tartaruga!

Guardo la coccinella, che è solo un cerchio con dentro tre cerchietti sbilenchi e troppo grandi, e la lumaca, che è un ovale storto con due fili che escono a significare le antenne, e poi guardo la tartaruga, che è perfetta, e questa volta capisco.
Sì, sembra davvero una tartaruga, amore.
A scuola dicevano che non so disegnare, dice sottovoce, e continua a guardarla ancora un poco, ancora stupita. Io trattengo il pianto.

Appena in tempo, prima che i suoi vengano a riprendersela, capisco anche un’altra cosa: via Prenestina è piena di salite e discese, il nostro tram stava su un piccolo dosso, e formava una gobba. Se ne fosse arrivato un altro, dietro, dove la strada era in piano, e se si fossero toccati, sarebbe stata la coda del dinosauro, posata per terra, orizzontale.

Le colonne di San Lorenzo parlano la loro lingua bianca, la polvere si posa sui miei anni, non c’è nessuno, mando qualche messaggio inopportuno – sono in cerca di consolazione, ottengo un silenzio dovuto all’ora tarda e un gelido addio perfettamente in tono – la polvere si posa sulle mie spalle, sul mio cappotto nuovo, sull’orlo altissimo dei miei stivali in fintapelle, trentasette, tacco a spillo: sui miei capelli. E «non è niente, solo un pretesto per scrivere due righe di rimpianto, per ricamare un po’ sul mio dolore». Non coglie l’ironia – la sta scordando – e disapprova.
(e non piangere, se vuoi piangi, e non chiedere e chiedi pure ma non insistere, insisti e lascia stare, lascia stare, lascia perdere: ti prego, piangi pure. Ma non ci crede, e non ci crederà nessuno che ero pronta a tutto, questa volta, anche ad andarmene, anche a restare.)

Le immagini che ho sono tutto ciò che avrò: le sto dimenticando già stasera. Non so che dire. Posso parlare dei cappelli delle universitarie trasgressive, delle ragazze che si baciano con la lingua guardando l’obiettivo, dei vestiti di pizzo che avrei un tempo potuto indossare, di come resto zitta, di come sono scomoda – nella mia stessa pelle. Qualcosa è andato storto, qualcosa si è inceppato, qualcosa nel mio corpo ha preso, anni fa, la piega sbagliata e ora sfoggio una timidezza fuori luogo oppure strizzo il mio occhio sinistro e glitterato a chi ritorna a chiedermi certe cose e a dirmi quanto ci sia portata.

Tutto andrà perso.

Avrebbe dovuto esserci la nebbia, e io che non concedo schermi posso leggere le sagome troppo nitide come una specie di rivalsa, gli agenti atmosferici si adeguano alle mie pretese, bambina, ecco come ci si sente. Si alzano gli scudi. Mi viene in mente, senza alcun nesso, quando dissi «a volte ti avvolgono le nuvole, e non ti vedo più». La mia voce, disse, era l’eco di un’altra voce. Questa cosa ci ridusse al silenzio, per un poco. Ma davvero, solo per un poco.

Stordita di tristezza e da un vago, generico amore, comincio a tossire, a soffocare. La polvere si posa sulle mie dita tiepide, sul naso, sulla lingua. Disegno storie false sulla superficie della cenere che nevica sulle minuscole, brutte abitazioni, che mi annega e mi si intona: una casa in rovina il cui prezzo inaffrontabile è giustificato esclusivamente dalla sua posizione.

Sono sporchi, e non gialli, i vetri della galleria della stazione centrale. Prendo un caffè. Posso ancora concentrarmi sui libri, porre fine alla sospensione del mio giudizio critico, com’è stato, l’impatto? Com’è stato l’impatto: un paio di fratture, un terremoto altrove, mi riassemblo con calma, di ritorno nel mio piccolo mondo intatto. Bronzo per il terzo posto, dopo lo shock dell’addio che ha arrestato il mio cuore e la vertigine sul petto del mio grande amore.

Che mi detiene, mi fa battere i piedi e mi fa ridere, dice il mio vero nome. Che mi conosce, e non dimentica né considera la mia appartenenza, non mette in dubbio né tiene in conto il peso del mio sentimento folle. Che si allontana.

Ora aspetterò qualcuno che mi parli all’orecchio, che dica dolcemente: resta ferma, non andare. Che continui a chiamarmi in un nuovo, splendido nome.
Che dica: non ho voglia di leggere, smettila di abbellirti, di legittimarti evocando i morti, vieni a mangiare.
Che dica: non voglio che tu scriva mai più niente, voglio stroncare la tua carriera letteraria, raccontami ogni cosa, prova a parlare.
Che dica: spogliati. Che dica: stenditi. Che dica: non voglio che tu scriva una sola parola, resta ferma qui, non ti vestire.

Mi dispiace molto di aver pianto, quella volta, non era il caso; ma gli incastri metaforici mi aiutano a rimediare: io aggiusto le cose, io trovo le cose, anche se sto piangendo e anche le chiavi per lasciarti uscire. Aironi nella palude, fagiani sui binari, Intercity587 in direzione opposta e non mi illudo che siano una pena commisurata alla colpa lo stillicidio dei nomi, l’ordine inverso delle stazioni, però fa male. Imparo ciò che avevo già imparato. In ogni addio, il dramma di ogni addio, matrioska dei gusci vuoti di ogni cosa che ho perduto.
Ma c’è foschia, finalmente, ad addolcire i tratti di un percorso di ritorno

che mostra i denti. Finalmente posso rassegnarmi. Le eternità schivate, evitate, mancate, sfiorate di striscio e scampate, o abbandonate, vertigine dei futuri intravisti nell’allinearsi di due finestrini che per un attimo si confrontano; nei triangoli feroci tenuti sospesi come i nostri fiati, geometria immobile in una via del centro, due vertici a fronteggiarsi e rimandare il primo passo su strade divergenti; simmetria ironica dei nostri sguardi fissi, entrambi, ostinati e reticenti nella direzione sbagliata. E dell’altro non ho mai saputo niente, stretti in una paralisi poetica e crudele, la congruenza di un addio troppo brutale, fa troppo male, fa troppo male, fa troppo male ma non quanto

———–non quanto il terrore delle fiamme, la fine dell’eternità riproducibile dei gesti, degli affari quotidiani, le rughe di espressione che si inabissano, inarrestabili e sempre più evidenti – ma lentamente, così lente da non poter essere notate – e trovarsi invecchiati. E tutto il tempo, tutto il tempo del mondo, un viaggio banale e interminabile, lunghissimo, e tutto il tempo e tutta la strada del mondo, così tanta strada da annoiarsi, così tanta strada da potersi addormentare senza il terrore perdersi qualcosa che era l’ultima occasione per vedere – tutto il tempo che anch’io credevo di avere.
Tutto il tempo per ridere e discutere, per scopare e cenare fuori e sbagliare il taglio dei capelli e farli ricrescere, lentamente, così lenti da non notarli, e poi un giorno vederli lunghi, e il tempo per ammalarsi e guarire, e tagliarsi e aspettare e dormire insieme sempre, e infliggersi flagelli e poi lenirsi e tutto il tempo, tutto il tempo concesso da un’eternità plausibile, scelta e promessa e preservata; il tempo di tradire ogni cosa sacra e poi, insanguinato, il tempo di perdonare –anche un un nuovo amore, anche la vertigine dell’innamoramento per il bel viso di una sconosciuta intravisto nello scherzo dei finestrini allineati – il riflesso del tuo viso a sovrapporsi al suo e farti vacillare con l’illusione di un riconoscimento, di una somiglianza – di perdonare.
Il tempo, insanguinato, di cambiare, di diventare lentamente, così lentamente da non poterlo notare, incompatibili e dopo, l’attimo crudo della mutilazione, lo spazio angusto che erode, l’acido che corrode fino a mostrare quello che resta dei corpi e degli sguardi –tutti quanti siamo veri di cuore, tutti quanti abbiamo gli occhi aperti– il tempo per essere coraggiosi e costringersi a una forma che ti permette di restare, nell’unico posto in cui si vuole essere, nel luogo della grazia, restare e perdurare nell’eternità concessa e poi il tempo, benedetto, di svegliarsi, ancora una volta e per sempre nel posto giusto, e avere la forma giusta, poter restare. Il tempo di baciarsi di nuovo e per sempre, e sempre
———–come si bacia un nuovo amore.

(tell me the truth) n.12

ottobre 29, 2012

Mi avreste dovuto vedere, quanto combattevo.

John Billy, David Foster Wallace

(tell me the truth) n.11

ottobre 12, 2012

(afasia) n.7

ottobre 11, 2012