(thiopental) n.5

novembre 13, 2013

Bastò davvero poco perché il tremito
si facesse terremoto, e io
ardessi viva
e inaccettabile.
E nella quiete del suo nome
nella quiete del suo nome, lui mi perde
come un vizio
come una possibilità
come una guerra.

(thiopental) n.4

marzo 19, 2013

So che a sentire l’aria succhiata via
dal petto, uno qualsiasi di voi
sarebbe morto [e l’ammalarsi
di ogni organo, milza e polmoni come
spugne marce, pelle che non resiste
e danno inflitto]
e che non sono bella e che ho nel petto
tutte le tempeste della terra: che tutte insieme
erano ancora poco

o niente. Spugne marce, pelle
che non resiste, danno inflitto. Carne
spugnosa nella carta umida, percezione fisio-nomica
dell’invariabile. Ricorsività, dolore
cronico e costante, amore di perdita – amore
di flagello. Io cambio
come cambia il tempo.

——-*

Ma tu cercami pure tutti i giorni per
le strade di città che non abito, procurati
un extrasistole per ogni angolo o dimenticami
adesso o riducimi a una replica grottesca, confondimi
in un sillogismo-in-erba.

Dimenticami adesso, fa’ di non avermi
conosciuta, fa’ di avermi
già dimenticata: ieri
venti giorni fa, un qualsiasi
nove o dieci di gennaio. Cosa vuoi che importi

del mio nome, ora
che non hai i miei occhi addosso e i tuoi
potrebbero essere ormai rotti, fermi
nell’ovatta, chiusi in una scatola
che non ho più aperto.

Non saremo giudicati per la gloria
degli oggetti del nostro amore folle: misura
di niente, soltanto belle cose
che abbiamo, o abbiamo posseduto
un giorno.

(thiopental) n.3

marzo 11, 2012

Che cosa triste, la libertà.

(thiopental) n.2

febbraio 25, 2012

Non ci diciamo niente, a volte
a volte ci neghiamo l’essenziale
taciamo
sulla matematica
la tattica
la fine;
ma cosa si può dire della biologia
della logica formale
della catena alimentare?

Dopo una morte presunta o
provvisoria, si può sempre
confidare nello sguardo
di un passante, nella
geometria esatta delle ombre
stupirsi del colore delle arance
nutrite, pare, solo dal monossido – dalla necessità
di essere
ai nostri occhi
così belle.

Possiamo ancora
trattare le ossa come appigli
gli orgasmi come dichiarazioni, i respiri
come dati significanti
staccarci la carne a morsi – trepidare
per gli appuntamenti.

Ma con che prezzo
riconosciamo l’aria che ci invade
e defluisce, il pane
che resta pane che resta
pane e ci fa bene
o la doppia implicazione materiale
della mia vita
per un’altra vita
(mettiti in ginocchio e giungi le mani oppure)
affiliamo i coltelli e custodiamo
l’ordine di grandezza
che ci contiene – la rilevanza
del nostro stare al mondo.

Possiamo ancora illuderci
che sia un ricatto e un’aberrazione
questo smentirci
che sia meno frequente
e più perverso
di una morte accidentale, della
macellazione dei vitelli.

Possiamo sempre
sperare in un profumo che commuove
nel turbamento dei sensi
a primavera, nel lampo del cristallo
che qualcuno ha rotto, mesi fa,
perché oggi mi abbagliasse
nel bracciale che qualcuno ha perso
perché lei lo trovasse.

A quale prezzo, cosa sacrifichiamo
alle nostre richieste di risarcimento
ai danni di chiunque.

Possiamo sempre serrare i denti
e illuderci di tradirci
di non essere noi
nel ringhio che è un ghigno che è
un pianto che è un canto
di gioia
innegabile, il grido
di vittoria lo spasmo di dolore che è
determinismo
che è ricatto
che è legge che
è nostra
libera
scelta.

Chiamarci fuori, tacerci
l’orrore della vita
che ci arma e ci culla e che ci chiama
a sorridere, a fare
del nostro peso al mondo
merce di scambio.

(thiopental) n.1

febbraio 3, 2012

Se devo essere sincera
-e devo esserlo-
a un certo punto ho avuto molto freddo
e non ho riconosciuto nulla
di ciò che era attorno

ho avuto il tempo di pensare ad altro

le mie mani hanno fatto soltanto
quello che sanno fare
e che fanno sempre: hanno
stretto.

C’erano errori di sintassi
nei gesti
ed errori di grammatica
nei tempi
in una calligrafia che
ricorderemo
molto probabilmente
migliore di com’era.

E ho visto occhi più belli e città
più belle
e anch’io
sono stata più bella.

Ci sono state notti
in cui non ho desiderato nascondermi
abbellirmi
o giustificarmi.
Qualcuno mi ha guardata senza incenerirmi.
Ci sono stati interi giorni
in cui non ho considerato l’eventualità
di non essere dov’ero.

Quando voglio piangere
(ma non piango, davvero)
mi ripeto: tutto quello che sai e sai dire,
senza imbrogliare
.

E non è facile, o gratuito, o indolore.
È: non ero intera.
E: non è stato poi così dolce
e, in certi momenti, non lo è stato per niente.