Il primo sguardo è sempre per riconoscersi, le prime note di una canzone che ci ha fatto piangere (non gli ho chiesto di cantare, penso oggi che è troppo tardi e dopo averlo immaginato così tanto, nei momenti importanti è possibile dimenticarsi le cose più importanti e lo dico sorridendo, si può sorridere perfino di questo, la chiave dell’enigma, il nostro essere al mondo nonostante) e ancora un’altra stazione, gli annunci dagli altoparlanti, così futili (per tutti, tranne forse per qualcuno che come noi aspetta un ritorno con le gambe fiaccate dal batticuore, oppure una partenza: ma non siamo noi, io sono già qui e prima di andare c’è ancora tempo, il tempo è appena cominciato, un conto alla rovescia lunghissimo e lento e inarrestabile, i secondi che cadono sulla mia testa come doni, un numero altissimo e finito e io mi sforzo di ricordare tutto e sorridere lo stesso), il primo sguardo è sempre per riconoscersi nelle traiettorie geometriche della gente, le loro cose futili, la loro fretta inutile: noi siamo quelli immobili.

Smarrisco il tempo e poi, finalmente, ritrovo le mani: è possibile dimenticare le cose importanti, penso senza dirlo, quando mi accorgo che avevo dimenticato la sua voce.

C’era un racconto che cominciava con un incontro alla stazione, una cosa banale, due amanti che si rivedono dopo diciassette anni. Era un racconto o forse un romanzo, migliaia di parole messe in fila a giustificare un futuro inaccettabile, una cosa stupida, un compromesso artistico, e se fa male raccontalo e se fa male spiegalo e se fa male cambia i nomi e le città e la data e se fa male abbelliscilo e se fa male salta alla fine e se fa male inventa un finale e se fa male pensa che passeranno gli anni e se fa male pensa alla tua morte e se fa male falli incontrare e se fa male falli sorridere, dire sto bene, mi manchi molto ma sto bene, e fai passare moltissimi anni e pensa alla tua morte che rende tutto irrilevante e pensa di essere un racconto e se fa male spiegalo, raccontalo, se fa male inventalo un po’ meglio e invece è adesso e il racconto o forse il romanzo si sbriciola nei gesti semplicissimi di ordinare da bere lo direste che ordiniamo da bere? al bancone di un bar di cui non so il nome e non sono passati diciassette anni e il suo viso è ancora il suo viso ed è tutto così facile e banale, non trema la terra è tutto così semplice e ordinario e mi impongo a fatica di non piangere, di non tremare, dio fa’ che resti tutto così normale.

Qualsiasi cosa succeda, non sparire, dico a me stessa, qualsiasi cosa accada non impazzire: resto seduta immobile sull’orlo del burrone, la mia mente rispetta i patti a cui l’alleno da settimane, è quasi come stare bene.

Nei tratti così belli del suo viso ci sono delle lame. Non gli ho chiesto di farci una foto, penso ora che è troppo tardi, e già le linee si confondono e tra poco sarà domani e ancora più distante e poi sarà passato davvero troppo tempo (ma non sempre) e resteranno gli occhi, forse, la linea impeccabile delle labbra e altri frammenti inconciliabili: il primo sguardo è sempre per riconoscersi, sentire finalmente all’orecchio la parola dimenticata che cercavi da anni.

Come le carte dei tarocchi le nostre strane conversazioni: la giustizia l’eremita la fortuna, non è per me la tua felicità, avrei voluto e di certo dovuto dire, ma per vanità o forse per via del terrore ho taciuto e invece voglio sentire solo che stai bene, che è una verità, una di quelle possibili e quella che scelgo senza troppo clamore. La forza, la morte, la temperanza, io invece tutto quello che ho fatto non l’ho fatto per te ma nonostante. La torre, la luna e le stelle, il sole che in questa città non c’è mai stato, il tremito leggerissimo del mondo che comincia ad assottigliarsi, è tutto sbagliato nei sedili di piazza castello, non pesano abbastanza per reggere quel peso, sono davvero troppo giovani per non sgretolarsi quando l’eternità si manifesta per gioco e fa una specie di occhiolino agli amanti e io mento con poca grazia, offesa per un istante dall’arroganza delle sue (di lui) parole, che sono vere. Un braccialetto nuovo attorno al polso, la leggerezza con cui da sempre mi lascio condannare.

Dopo, in uno sfoggio di disciplina, mi nego una preghiera, mi lego le mani.

Le cose per cui non si hanno le parole, nemmeno io, nemmeno adesso, se fossi stata sveglia e non ipnotizzata avrei detto che un bacio era solo un’altra splendida astrazione, un concetto incomprensibile e inviolabile, un assioma indecifrabile, un tradimento e invece, per la mia mente che non capisce, per la mia mente impenetrabile, per il mio cuore smarrito e per il tocco benedetto delle dita, la linea parallela dei passi, chiedevo una cosa imperfetta e concreta, che non basta e non potrà bastare, ma bisogna difendere l’esistenza e restarsi fedeli, mantenere le promesse reciproche, la possibilità della ripetizione, Einmal ist Keinmail: sono troppo intelligente per cedere all’amore che non ha riserve, anche se adesso a te non lo so dire. La sfera delle possibilità che era un universo intero, lo spazio infinito prima della creazione, adesso è una cosa minuscola e brillante, posso nasconderla nella pressione dei polpastrelli, posso farla convivere con tutti gli eventi. (A spiegare come si possa  chiedere  una cosa intollerabile c’è questo: io avevo dimenticato la sua voce.) Però non piangere, dice, nello splendore di una galleria tirata a lucido, ma io ho il cuore spezzato ancora e credo che piangere sa giusto, credo che un po’ si possa fare.

L’esistenza del mondo, questo universo minuscolo, resa possibile dall’omissione di alcuni dettagli essenziali: i baci, i giorni, l’amore.

I miei esercizi di postura, la volontà che lascio inascoltata e la ragione che non sente o cancella le ragioni della pelle e del cuore (mio perduto, dedicato) e il mio corpo che grida nelle segrete di una prigione: a parte l’amore (mio perduto, dedicato) nel corpo che ho di fronte c’è la risposta a una domanda importantissima che non posso fare e dire (amore) portami in una stanza e chiudi la porta a chiave e controlliamo che davvero io sia ancora in vita, oppure, se sono morta, che davvero non resti nulla e il mio corpo è qualcosa che non si può scaldare, oppure no, ricoprimi di lividi dolcissimi dove le ossa si toccano e sbucciature sulle ginocchia e petali di fiori di tutti gli anniversari mancati e stelle cadenti fuochi d’artificio l’impeto delle cascate e un fuoco che divampa senza rischi e il mio corpo che mi è così ostile, nemico, inconoscibile, tu che hai le chiavi per favore spogliami, ma la ragione può a volte decidere di ignorare le questioni di vita o di morte (come questa) e concentrarsi invece sull’essenziale, decidere di ignorare le ragioni della pelle e del mio corpo (perduto, dedicato) e la risposta a ogni domanda è nel corpo che ho di fronte: tra me e lui il tempo lunghissimo della mia vita da ora alla fine.

Del distacco non si potrà mai dire niente. C’è qualcosa di terribile nel mondo mentre le porte si chiudono e io costringo i miei passi nella direzione sbagliata, perché non c’è scelta, mi ripeto, ed è la verità e la folla si richiude su una vita che non mi contiene e sul treno cerco di non farmi stremare, penso che avrei voluto che i miei vestiti migliori non fossero umidi, essere vestita meglio, essere truccata meglio, penso che avrei dovuto baciarlo, oppure no, è stato meglio non farlo, che è una  verità, una di quelle possibili e quella che scelgo, mordendomi le labbra, senza troppo clamore.

È in virtù di una sorta di disciplina – e la vaga occasione di vederlo – che esco a festeggiare. Potrebbe non essere una buona idea tornare in quel posto, ma potrebbe anche esserlo, in fondo: con dovuta ironia, una gita al mio inferno.
Ragazzi a migliaia nei cortili di marmo, la statua di Minerva, l’architettura fascista. Cos’è che mi rendeva così triste anche allora, quando questo avrebbe dovuto essere il mio posto?

Davanti ai miei occhi, sempre in vista, una vecchissima versione di me, un fantasma tra la folla. L’impegno politico, le calze a rete, i capelli lunghissimi: non aveva ancora le parole o la minima possibilità di uscirne incolume. Come al solito, mi sommerge la compassione. Non riesco a credere di essere io, perdo i nessi di consequenzialità, mi fugge la dissolvenza e la ragazzina resta lì, traumatizzata al punto da non ricordare quando ha avuto inizio l’orrore, bruttina, immobile e in pericolo mortale.

La ragazzina come sempre rischia di contagiarmi, ma chiudo gli occhi e finalmente è un po’ più chiaro: qui in mezzo c’è qualcuno che finge di aver dato un esame, una ragazza che è stata tradita, uno studente del secondo anno che si vuole ammazzare. C’è così tanto dolore, in questo posto, e invece c’è la musica e l’alcol e il fumo e l’erba e cerco la ragazzina ma come al solito sparisce prima che io possa spiegarle. Nella sua vita tutto finirà sempre in lieve anticipo sulla comprensione e questo è uno dei rischi potenzialmente mortali. Mi prendo da bere.

***

Per fortuna ritrovo il ragazzo, mentre bevo con la cannuccia da un bicchiere di plastica trasparente. È così bello che quando sorride provoca dei saltelli nel petto di chi guarda. Forse sono i suoi ventisei anni, o la sua vanità, o la dolcezza così pervasiva, generalizzata, abbagliante, ma quello che desidero mi appare, per un attimo, sconveniente.
Per fortuna ritorna quando la notte si è addolcita – sono fuori da tutto questo, sono un’osservatrice, sono l’estranea finalmente legittima – e per fortuna mi sorride tutto il tempo, per fortuna scherza, per fortuna mi abbraccia, per fortuna vuole ballare per ore, per fortuna abbiamo da bere, e attorno a noi si consumano i drammi soliti di ragazzi e ragazze troppo sbronzi, chiavi e cellulari smarriti, fidanzate in lacrime, risse che evaporano per mutuo disinteresse; balliamo e sorride tutto il tempo e mi stringe, se mi volto di spalle, le mani sui fianchi e dopo, senza alcuna logica, non succede niente.

Il sentimento che provo si chiama: primavera. L’aria si rinfresca; prima dell’alba e prima che possiamo baciarci perdo nei capogiri il ragazzo insieme a tutti gli altri, l’amico di un amico mi posa le mani sulle spalle: “sono spariti tutti”, dice, “vieni, prendiamo da bere”.

***

Siamo troppo vecchi per coltivare sogni di suicidio, dico al mio accompagnatore. Puoi anche ammazzarti, ma comunque non ne esci bene. Però possiamo ancora fare una canna, guardare il culo alle donne, ridere sull’erba quando ormai è quasi l’alba. Per mezz’ora sembra plausibile che succeda qualcosa, in fondo il ragazzo con i sorrisi non si vede da nessuna parte e siamo in un posto affollato dove nessuno ci conosce. In modo seminconsapevole devo essere ammiccante. “Non mi sembra che tu abbia risentito dei trent’anni”, insiste, rispondo che sarà perché ho risentito troppo dei venti: sto recitando.

“Forse è più logico se vieni a dormire da me”, mi dice alla fine, il sottopassaggio umido e deserto, le scritte disarmoniche sui laterizi romani, NO TAV liberi, laziale infame, manuela sei la mia vita ti amo. “Puoi sempre dormire sul divano in salotto, forse sarà bellissimo lo stesso”, aggiunge, e stiamo recitando entrambi. Come accade a volte, le possibilità ruotano come galassie, sospese elettromagneticamente sopra i miei palmi aperti. Ma casa mia è a nemmeno quattro chilometri, dico, e i pianeti sospesi precipitano sull’asfalto luccicante. Resta nell’aria una specie di ringraziamento, nella mia mano un bicchiere di plastica con la cannuccia verde. “Va tutto bene, non è successo niente”: le mie consuete, splendide battute finali che sono tutta la verità, per una volta, finalmente.

Casa mia è a soli quattro chilometri, camminando sempre verso est, dove il cielo schiarisce; mi avvio sorridendo e solo allora mi concedo di ammettere che davvero la cosa più logica era andare a dormire da lui, visto che ho dimenticato a casa le mie chiavi.

La prima volta che mi sono invaghita non è servito a niente, ma fu una cosa giovane e tenera che ricordo raramente e ora vorrei solo non incontrare il mio primo ragazzo, ingrassato e senza capelli, ogni volta che torno a casa. Come dicevo, non era amore, ma una cosa giovane e tenera e, grazie al cielo, banale. Nonostante fossi così giovane, la gestii molto bene.

La prima volta che mi sono innamorata mi ha rovinato la vita. È il punto della questione, e lo rimando a dopo.

La seconda volta che mi sono innamorata probabilmente è la prima che conti, perché era vero e c’era mentre c’ero anche io, precisamente nello stesso minuscolo posto e nello stesso, lunghissimo, istante; ma anche perché mi ha spostato ogni nervo e ha ridisposto ogni mio singolo osso e lembo di carne, e perché a volte penso che quello che io ho sentito un giorno, in fondo, basterebbe a tenermi il bilancio in positivo per sempre. E poi, perché era più bello degli altri, per il sesso e per l’onnipotenza e perché è l’unica cosa al mondo di cui non ho saputo, né saprò mai, dire abbastanza.

L’ultima volta che mi sono innamorata è stato come respirare, o riacquisire i contorni, conoscere una terra o una lingua straniera, volersi strappare la carne. Ma, più di tutto, una lunghissima corsa in discesa, lunghissima, pensando ogni istante “cadrò, cadrò, sto per cadere, striscerò sul terriccio e sarà orrendo”, le gambe sempre più stanche e veloci, l’aria che preme nei polmoni con troppa forza e li fa bruciare e sempre più veloce e spaventata e sferzata da qualcosa a cui bisognerebbe dare un nome, sull’unica strada possibile, l’esplosione nel petto, l’esplosione in ogni parte e la consegna nel momento in cui compresi che non volevo né potevo rallentare o salvarmi e in fondo sorridevo anche quando vidi il bordo e la terra smise di colpo e feci il primo, tremendo passo nel vuoto.
Io ero già io in ogni parte – nella pace postoperatoria, la parte che restava, inverosibilmente così grande – ed era la mia voce compiuta che imparava una lingua mai sentita, il mio corpo finito che  vibrava in una stanza vuota, il mio corpo finito, la mia voce compiuta e poi una ferita netta e profonda e, infine, prima o poi, una cicatrice pulita. E la terza volta, senza le mie sante inquisizioni sono stata, finalmente, completamente onesta.

La prima volta che mi sono innamorata, invece, non avrebbe dovuto contare niente, sarebbe stato inutile se non avesse fatto tanti danni, e sarebbe stato stupido se non mi avesse tolto tanto. Inventammo il pattern delle chiamate notturne, e quello dei drammi. Il ragazzo fece un sacco di complimenti ai miei occhi e alla mia anima (sic), ma non parlò mai del mio viso o dei miei capelli e non mi baciò mai. Mi giurò amore (a me, o alla mia anima) senza mai toccarmi – rendendomi, da lì in poi, molto suscettibile a riguardo. Una notte mi chiese in lacrime di non partire, perché ne andava della sua vita, e poi niente, qualche giorno dopo smise di parlarmi, cambiò numero di telefono, fece silenzio. Cominciai, per così dire, a impolverarmi. Tre volte in altrettanti anni riuscii, cogliendolo alla sprovvista, a domandargli cos’era successo, altrettante volte lui rispose “aspettami, ti prometto che torno”, lasciandomi ai miei diciannove, venti e ventun’anni ragionevolmente confusa e, meno ragionevolmente, inconsolabile. (I pezzi li raccolse, quasi tutti, un altro uomo e li rimise insieme con una pazienza che, oggi, riconosco eroica.) In una fugace apparizione si mostrò contrariato della mia nuova e lucentissima consacrazione, io provai per quanto possibile a spiegare ma non c’era niente che lui potesse capire, mi disse: quindi, ti sei fidanzata. Risposi, immagino che tu ti sei lasciato. Manifestò il suo rimpianto per non aver fatto l’amore con me, che avrebbe sempre voluto, io omisi le imprevedibili ripercussioni e risposi che io a riguardo avevo la coscienza pulita. Tornai a casa in lacrime e senza rimpiangere niente, ma questo è il lieto fine e prima del lieto fine erano passati gli anni.

Se ci fosse un modo più carino di dire questa cosa probabilmente io potrei trovarlo, ne ho trovati tanti, per lui, ma il punto è che per lui mi sono consumata, sbattendo la fronte contro il suo silenzio e chiedendomi ogni giorno cosa fosse successo, cosa gli fosse successo, convinta che qualcosa dovesse essergli successo e convinta anche che solo una risposta avrebbe potuto liberarmi. Nel frattempo a me succedeva che passassero gli anni.

Ho aspettato veramente per molto tempo ma un certo punto, vivaddìo, ho smesso.

Poi, dopo dieci anni esatti, il ragazzo in effetti ritorna. Ciao come stai volevo sentirti. Non ti ho dimenticata ti volevo bene. Sento il saltello della ragazza di vent’anni, ma quella di trenta ride e si riprende, si proclama stupefatta e poi accoglie con grazia la spiegazione così a lungo aspettata: scusa, cosa c’è di stupefacente? Non ci siamo sentiti per un po’, ma non mi risulta che avessimo litigato.

E niente, si scopre alla fine il senso di tutto quello che è stato, tutte le notti, le poesie, tutto il pianto, il mio corpo rimpicciolito e sempre più serrato, la polvere, l’inviolabilità, la solitudine e l’attesa, la mia pelle di cartapesta, tutte le domande e tutto quel tempo: realizzo che io ero da sola e lui non ne sa niente, come allora non ne sapeva niente e oggi, come allora, non ha colpa di niente.

 Tutto qui, si chiude il cerchio e io sorrido, ho fatto tutto da sola e adesso che è finita è senza alcuna cura, ombra o esitazione che sorrido e mi perdono, finalmente, i miei vent’anni così sprecati e romantici e le poesie scritte per un uomo che finirono per innamorarne un altro, e così via in un processo ricorsivo che è quello di tutti, in fondo, solo che io ho la grazia delle parole per testimoniarlo, la mia cronaca così esatta e dettagliata, l’evidenza dei sedimenti. È senza cura e senza peso che sorrido, con leggerezza e senza rimpianto e quasi senza trasporto; è solo con gioia e nient’altro che dico: ma dai, davvero sei tu, come stai, che piacere sentirti.

L’uomo che amavo mi disse, quella volta, sono scemenze, cose da bambini. Poteva essere vero, ma non lo era, e non conoscendomi non poteva saperlo. L’avevo solo abbagliato, come mi capita ogni tanto di abbagliare la gente.

La ragazza mi viene incontro in sogno, le gambe lunghe e i vestiti che le invidiavo, una bocca che fa scoppiare le guerre. Su alcune cose è impossibile ristabilire la verità, ma forse è solo impossibile decidere che la verità, come ogni cosa, cambia con il tempo e che io ero un abbaglio. La ragazza, come capita a volte, mi diede un nome, inventò per me nuovi canoni di bellezza, mi assegnò in madre una scrittrice morta. Anni dopo, non era mai stato vero e io ero inconciliabile con il nostro (di noi tre) passato, si impose una scelta e io ne uscii vincitrice, ma solo per poco. Probabilmente la ragazza, anche lei, stava impazzendo, ne sono quasi certa, ma cosa conta. Anche se mi avrà ormai dimenticata, mi viene incontro in sogno, e nella sua risata c’è la mia storia, che io non conosco.

Non ci provo nemmeno a negare che la mia mente si strappa e ne emergono ossa scheggiate, cose taglienti, così come non provo a negare che negli ultimi tempi questo sia diventato un alibi inoppugnabile, il mio foglio di condono per ogni cosa, passata e futura. Ma immagino che l’avrebbe fatto chiunque e in ogni caso cerco di diventare più meticolosa nell’evitare di causare abbagli. Il primo passo è parlare come si deve.

Nel mondo vero, c’è un uomo con cui parlo una lingua letterale. L’ironia luccica solo ai miei occhi e poi si spezza, diventa un’offesa irrimediabile o un nonsense incomprensibile, io boccheggio e batto i piedi non ho scuse o modo di ritrattare. Ritorno al grado zero della comunicazione, riprovo, cerco di imparare. Riduco gli scarti, finalmente, e dove hanno fallito le accuse e le preghiere riesce il suo semplice non capire.
Questo limita notevolmente le cose che si possono dire, ma quelle che dico non vengono fraintese: ai suoi occhi sono decifrabile e affidabile, assolutamente prevedibile. Mi dice: non sai scrivere ma sai concentrarti, e ridere sarebbe fuori luogo. Mi dice: sei molto precisa. Incapace di abbellirmi e di brillare, sono nuova e migliore, infinitamente depotenziata. Non lascio il segno e porto a termini i miei compiti. Imparo le regole, l’etimologia delle parole, e che esiste un affetto che va oltre i miei trucchetti, le mie metafore disinnescate.
Mi dice di non esagerare, che a scrivere si impara e in tutto il resto sono molto brava, sono precisa, so concentrarmi. Preparo una torta e va tutto bene, in una lingua che non dice tutto scrivo frasi che non potrò smentire. L’avrebbe fatto chiunque.

Nel frattempo, mi arrivano addosso le frecce di una battaglia che si dice estinta (se ne parla al passato, per esempio, ma più spesso non si dice niente), e io preparo una torta che mantiene quello che promette, e va tutto bene. Nel frattempo perdo il lavoro, o quello che era, pianifico due o tre operazioni, mi trucco sempre.

Nel frattempo, in una lingua che non dice tutto, registro i danni di attacchi maldestri, subisco i segni che non so capire. Schiava dell’ironia, mi hanno detto amori e amanti, e sempre protetta e schermata e sempre armata. A volte penso che io almeno con le mie armi ero brava, ma più spesso mi piego al contrappasso, metto i cerotti e sopporto i segni che non so capire.

La cosa buffa è che, non sapendo mirare, si può comunque sparare. La cosa buffa (come me quasi sempre) è che una pietra manca il bersaglio, ma prova con una manciata di ghiaia. La cosa buffa sono io che quasi sempre sorrido, anche se a volte faccio un’altra cosa, di solito sorrido. Che per lui mi abbatte, mi ha sempre abbattuta la tenerezza prima del resto, che è sempre un bacio sulla fronte e mai nient’altro, che è una cosa piccola e tremenda, quella sua strana lingua intraducibile fatta di piccoli segni senza regole, senza etimologia, senza ragione. Sorrido quasi sempre e non dico mai niente.

Ora evito con cura di causare abbagli, non faccio l’amore in una lingua aliena, non gioco alla guerra con i dilettanti. In questo presente corazzato e disarmato io sono brava, sono precisa, so concentrarmi.

Il mio migliore amico non parla con me da un anno. Pensa che io abbia detto qualcosa a una ragazza, che questa ragazza l’abbia lasciato di conseguenza. Ma lui ha mentito così tante volte, potrebbe mentire adesso. Le persone hanno bisogno di andare, a volte, e a volte per andare hanno bisogno di mentire. L’uva implausibilmente diventata amara, cose così. Oppure, più plausibilmente, il bisogno di porre un trauma irrimediabile – bruciare i ponti – tra il prima e il dopo, qualcosa di definitivo che impedisca ai testimoni oculari di invadere i nuovi territori di conquista, raccontare una versione scaduta della verità.

Non parlarmi per un anno è stato un trauma irrimediabile.

D’altronde, è possibile che io abbia detto qualcosa alla ragazza: lui ha mentito così tante volte, ha mentito a tutti, e io lo so e potrei aver detto questo. Potrei aver detto qualsiasi cosa, in effetti. Non ero molto lucida, in quel periodo. Mio padre non mi ha rivolto la parola per due mesi e i tempi, approssimativamente, coincidono.

Sempre nello stesso periodo, chiesi a un certo ragazzo la cronaca di una manciata di ore che in qualche modo erano svanite dai miei registri, e ottenni in risposta un silenzio imbarazzato o, forse, spaventato. Non un resoconto, comunque.

C’è un bel po’ di riserbo su alcune cose che ho detto o fatto, una certa ritrosia a parlare di me. Almeno, di una certa versione di me. Ci sono cose che mi riguardano di cui nessuno parla, o forse nessuno ne parla con me ma da qualche parte se ne discute, sono racconti come altri racconti: poi quella sera lei ha.

Non diresti di poter fare pace con una cosa simile, eppure io (io) ho smesso di combattere. Il trucco è: pensare che nessuno, ragionevolmente, può conoscere tutto riguardo a se stesso, mentre pochi hanno la fortuna di avere ogni giorno la prova concreta di una cognizione così astratta.

Per esempio, io so che esistono almeno un paio di persone a me estranee che sono a conoscenza di dettagli sulla mia persona che io non so. Meglio: alle quali è stato raccontato qualcosa di me che a me è stato taciuto. Sapere questo non è una cosa da niente. Vi sfido.

Ci sono cose che potrei o non potrei aver detto, cose che potrei o non potrei aver fatto, nell’appartamento al settimo piano di una città orribile, quanto devo aver strillato, chi ha potuto sentirmi, cosa ha pensato.

Ricordo in modo indistinto il peso improvviso di una frase crudele nell’afa di luglio, il peso e nient’altro. E anche se ricordassi la frase, potrei averla immaginata, come forse ne ho immaginato il peso e come forse ho solo immaginato i miei occhi che squartavano un corpo offerto, indifeso, le mie armi ultraterrene, i miei batteri esotici. (E’ molto più probabile, tuttavia, che tutto sia stato peggiore di come mi appare, a volte, indistintamente.)

Non parlarmi per un anno, mentre non guardavo, mentre combattevo e sovrascrivevo le mie ore, è stato un trauma irrimediabile. E la ragazza, anche lei potrebbe aver mentito, sicuramente ha mentito, ma conta poco.

Le persone migliori che conosco hanno qualcosa nella pelle che la agita, la scolla dalla carne. Le loro splendide menti, avvolte dalle fiamme. E loro si svegliano, vestono panni più o meno coerenti, più o meno credibili, più o meno attraenti e una cortesia ben diretta. Evitano di trattare male il prossimo, evitano di fare del male, finché è possibile. Non so se hanno dei buchi, ma a volte io racconto storie che li riguardano e che a loro ho taciuto. Ciclicamente qualcosa nelle loro menti comincia a sfrigolare, gli spasmi dolorosi, le ustioni indelebili. Fanno dei nodi, e tengono. Trattano bene il prossimo, sorridono, resistono.

Io faccio quello che posso. Ora ci sono cose di me, storie che loro non sanno. Sembra molto ingiusto, quello che succede, il mio corpo esplode di una luce che ha un’intensità conclusiva, che fa male al cuore, mentre nessuno guarda. I miei nodi reggono. Penso a come sarà invecchiare, penso che non è più così distante, e che la mia giovinezza è confinata in posti inaccessibili, tutta la vita agglutinata sul confine di regioni gelide, campi minati, oscuri ricordi. Penso che sia tutto irreparabile.

 “E’ un operazione”. Lo so. “Sarà dolorosa”. So anche questo. Quello che mi spaventa di più, è la telefonata, una vita intera di violenza, le incombenze. Il mio viso che va perduto è un altro dettaglio, ho dimenticato cose peggiori, ho dimenticato cose migliori e più grandi. Mi spaventa telefonare, quello sì. Mi chiedo come sarà invecchiare, se sarà pericoloso, mentre il tempo sovrascrive i segni del fuoco con più ordinarie rughe e il mio corpo diventa infine e davvero una cosa che si può amare solo per amore e il mio corpo, come la mia mente, era un fuoco d’artificio, un tempo, da qualche parte, vicino al confine.

Un tramonto lunghissimo e dorato, così lento, così lento da colmare il petto, e dorato, la luce che si srotola sull’erba, tra i rami ancora spogli, minuscole particelle di olio sospese nell’aria a moltiplicare i raggi, e tutto immobile. Un tramonto caldo e lunghissimo, arancio e giallo e rosso e denso, dolce come un buon sentimento: si lascia guardare e come per il prodigio negli occhi di un amante la pelle di tutti diventa più bella.

Bisognerebbe che qualcuno venisse qui a dirmi di piantarla, con un coltello alla gola, con un’arma, con qualcosa, che fosse convincente. E smetterla di ricordare ogni cosa, di invecchiare così in fretta: passa il tempo, i mesi si affollano di ricorrenze. E ventiduequalcosa, buoncompleanno bimba, che altro sarà mai quel giorno, se non questo, la somma ed il ricordo di ciò che è già stato, febbraio dei tradimenti, marzo degli abbandoni, aprile dell’apnea, maggio degli spari, giugno delle risoluzioni. Sto esagerando. Ma continuo a smarrirmi nelle rivisitazioni.

Raccolgo fiori, raccolgo foglie e piume, cose belle come decorazioni. Riconsidero ancora una volta la giustizia di ciò che è necessario, disponibile e infinitamente riproducibile. Le piume per volare e conquistarle, i fiori per riprodursi, le foglie per respirare; cose così delicate e perfette e così numerose da poter essere lasciate cadere, da poter essere perdute, impigliate in reti appuntite e calpestate e schiacciate tra le pagine di libri infinitamente belli e disponibili, protette dalla luce che ne attenua il colore, sottratte alla loro natura immensa di volo e sesso e respirazione, riadibite e fermate a fare da baluardo alla memoria vana di un’istante di grazia, l’interruzione del passo ritmato per compiere un gesto disperato e romantico.

Mi taglio con un coltello che sembrava meno affilato, qualcuno mi prende in giro e per un momento le cose si annebbiano, per la breve vista del bianco della carne: mentre mi riprendo dal leggero shock e mi succhio il dito, mi fa trasalire il verso straziante dei pavoni, che è un urlo di ragazza.

Si alza il frastuono, qualcuno dice: datele da bere; e possiamo strillare ancora un poco, essere ragazzi per un anno ancora, goderci la neve a primavera, dico, ragazzo suonami qualcosa, posso concederti questo ballo? Posso farti l’onore? Si fa sera, la mia testa sulla spalla di chiunque  diventa il dettaglio tenero nelle fotografie. Per il fumo di legno di ulivo tutti quanti, occasionalmente, ci asciughiamo gli occhi. Dico, non credo di essere mai stata fedele a nessuno in vita mia. Tutti sorridono, nessuno si sorprende.

Qualche anno fa, inaugurando una tradizione, lasciai che un mio amico mi accarezzasse, tornando a casa al buio, senza parlare. Sorrido della ricorsività, non faccio domande,  scusi, ragazzo, le concedo questo ballo? E un naso contro al collo come un premio di consolazione, la solita tempesta, la neve ad aprile, vorrei qualcosa in grado di compensare. Un giovane consanguineo mi solleva senza sforzo, sorrido e poso la testa sul suo petto, che succede, hai perso il cavaliere? Ho perso il cavaliere, sorrido senza sforzo. Dicono, vi volete bene, e lui mi stringe e risponde: lei vuole bene a tutti, in questo momento. Parliamone domani.

Per alcune cose, semplicemente, non sono abbastanza brava, persino con le parole.

Per esempio, vorrei essere capace di scrivere, un giorno, qualcosa in cui racconto ogni stazione che ho visto, ogni treno che ho guardato allontanarsi. Dire che ricordo ogni secondo e ogni dettaglio cromatico, che quel piazzale buio ed estraneo era il mondo, il mio universo passato e futuro, e che ricordo il salto, lo slancio sconsiderato che mi scaraventò fuori dalla mia coscienza, persa in una caduta interminabile -che, precisamente, non è mai terminata, in qualche luogo metafisico o neuronale sto ancora precipitando, se decidessi di pensarci potrei cadere ancora, e ancora, e ancora, nel patimento dell’apnea di un infinito ralenty- nel mio primissimo atto di fede, luminosa e vergine, a sperimentare l’unico appel du vide, tra tutti quelli che sussurrano il mio nome, che presuppone un lieto fine; fuori da ogni tempo e dal pensiero consequenziale, il mio corpo e tutto il suo peso lanciati nel vuoto, verso le braccia aperte di un corpo ancora estraneo, e la fiducia che non comprendeva argomentazione, e oltre le spalle il piazzale che era tutto il tempo tranne questo momento, e oltre le braccia l’asfalto che non avrei toccato.
Dire della ragazzina richiamata al mondo, della sua pelle infine testimoniata e del suo corpo consegnato alla storia e alla prima, cruenta, rinuncia, lo sfavillare dei segni addosso, l’odore di un maglione grigio e il ricordo recente dello scricchiolio doloroso e dolcissimo, quando da dentro le spostarono tutte le ossa, e le lacrime inconsolabili e nessuna preghiera espressa mentre il suo corpo minuscolo gridava di gioia e un addio predetto lo strappava al suo posto.

Oppure dire che quella volta mentre lo guardavo partire il mio riflesso nel vetro offuscava il suo volto e quando finalmente si sono affiancati la mia mente ha sorriso all’inquadratura, alla foto insieme che non avevamo scattato.
E dire lo strappo che ha un rumore e un dolore itraducibili, il mondo che perde qualcosa di essenziale, invevitabilmente, e il gelo della premonizione e d’ora in avanti si sovrappone a ogni rappresentazione l’immagine obliqua e muta di una sagoma che si allontana.

E anche di quando, invece, sei tu ad andare, testimone di un racconto che non necessita omissioni, l’incanto di una giustizia che non consente sbavature e la cui cronaca mira alla perfezione, e nulla da omettere o da nascondere, in generale, nulla da dire, il corpo che regge i colpi e non si accascia, un senso letterale del dovere e una postura nobile, che sei protagonista e testimone, il conto alla rovescia che rallenta e poi si ferma per lasciarti guardare, e gli occhi aperti, non hai mai chiuso gli occhi e non li chiudi adesso che il tempo ricomincia a scorrere ed è troppo tardi per un altro gesto o un’altra parola, se anche fossero perfetti e giusti non c’è tempo, e poi finisce sul serio e per fortuna questa volta è tutto giusto e non c’è violenza, non ci sono ricatti e non ci sono spade, la tua mente è in grado di contenere i dati e processarli secondo i criteri giudicati normali, non c’è la febbre, non ci sono insetti e tu non sei un mostro ed è tutto ancora indiscutibilmente giusto diresti che fa meno male, così, diresti che in virtù di questo debba fare meno male, e invece dura ancora.

Datemi un nuovo nome, ecco cosa sono: un uomo ha pianto nella mia stanza immobile, stringendo in mano una mia scarpa da ginnastica – comprata insieme al mercato e in un’altra vita – dicendo le tue scarpe, che sono piccole minuscole misura da bambina, un uomo solo per quello ha pianto, tenendola nel palmo, nella mia stanza.

Datemi un nuovo nome, vi dico cosa sono: ho fatto sesso per soldi e per dispetto, per ogni motivo sbagliato, e mi è piaciuto.

L’ultima volta ero così innamorata. E così fui persa in quell’ultimo invito, quegli ultimi giorni, quell’ultima notte, ultimo bacio, ultimo concerto, ultima volta che
———— (su un letto troppo piccolo spostato per l’occasione – perché fosse gesto di cura concreto e non solo il mio amore inattinente al mondo, il mio amore eterno – per farlo riposare nonostante fossi io al suo fianco e non un’altra donna)
————————mi ha tolto i vestiti – ormai senza vedermi – e anche per quello che volevamo fare era l’ultima occasione, ma non si poteva e allora lui ci scrisse una bella poesia e poi è finito il tempo e mentre finiva mi era dato di saperlo, il sapore diverso, stringi in mano l’acqua, stringi l’olio, stringi i denti sul collo di qualcuno che va via, irrimediabilmente, è la prima volta che sparisce il mondo in un giorno crudele e benedetto perché se è l’ultima volta bisogna saperlo, che è l’ultima volta.

Datemi un nuovo nome, vi dico cosa sono: non ho mai tradito, non ho mai mentito. Ma ho rotto così tante promesse che ogni altra cosa diventa a confronto irrilevante, che il peso dei mie nomi della mia carne e dei miei anni sembra addensarsi a volte attorno a quel nocciolo vergognoso di ciò che non ho saputo o potuto fare, meringa, cuoricino, bimbola, bambina, puttana, amore, ognuno dei miei nomi e dei miei giorni come una lunga e prolissa descrizione dell’essenza: sono una promessa non mantenuta e


materia che decade. Oracolo figlia di dee e poetesse morte e una voce che stacca la pelle dalla carne, no, non sei dio, no, non sono dio sono soltanto
———————————una tremenda, distante tentazione e poi (finalmente. finalmente.) amante, sfregiata dal contesto e gelata dal silenzio, dai vestiti rimessi addosso troppo presto poi, naturalmente, uno splendido rimpianto –l’intermezzo ciclico che ridisegna i titoli, che sia sempre una rinuncia e mai un abbandono, che siano martiri e mai vampiri, che io sia il gioiello che non hai comprato e mai la donna che hai lasciato – e poi qualcosa di grande, qualcosa di ardente, una promessa immensa durata venti ore un uomo alto che si svela esatto nel mezzo di uno stupido raggio di sole, la luce chiara che si fa abbagliante, subisco lo splendore come un mancamento poi come negli incubi una passeggiata indistinta, trascinata per mano in una città crudele, e poi di nuovo (per forza) una stazione, in qualche modo ingoio il tempo e fatalmente tremo d’amore, prendo un treno che mi separi da ogni rancore: il lieve shock mi fa smettere di parlare. (Cosa vuoi ricordare? Finale di stagione, il tempo cambia in fretta, il freddo invade il cuore. Penso, sdolcinatamente. Sono una candelina, sono un giunco, sono un cane al guinzaglio nella neve. Sono lontana anni luce dal posto in cui dovrei trovarmi. Fino a un secondo fa stavo ridendo, dove stiamo andando? Finale di stagione, abbiamo perso, c’è da ricostruire. Letteratura futile di viaggio, nemmeno mille passi, non mi sono mai distratta, nemmeno per un attimo ho distolto gli occhi e lui non c’è tra le cose che saranno ricorate, canzoni d’amore, grembiuli d’autore, vetrine troppo minimal per essere allettanti, ai bordi di selciati scomodi in esposizione splatter d’antiquariato. Nel profilo serio che guarda altrove riconosco finalmente una sua foto.) E una nuova
——————-evoluzione: canti nella notte, rievocazioni di alberi e fiori, lana d’infanzia, verità confessionale, sono la stanza delle meraviglie, il deposito di ogni dichiarazione, un diario d’amore ma sono ancora io e non sembra vero, quella che
—————————— (stringeva i denti rotti e ti lasciava singhiozzare, e difendeva la sua incomprensibile idea dell’amore che è solo chiuso in una stanza a scopare, – una frase venuta male a limare i denti del suo passato e il suo passato che si sveglia e comincia a masticare, tutti gli anni che non hai saputo, i fianchi stretti nel ferro spinato la paralisi delle gambe immobili e la pelle che brucia dove non c’è fuoco, e il silenzio quando è iniziato mentre i suoi occhi scioglievano i muri e lei era troppo giovane per quella rinuncia e tu lo sai? I suoi occhi scioglievano i muri, attorno a lei si stringevano eserciti di cose brutte che non hanno nome e in mezzo al vuoto gli occhi di nessuno e lei non lo sa ancora in nome di quale salvezza futura ha protetto dalla morte il suo corpo inviolabile come un confino – e trovò il modo di non piangere e ingoiare anche il tuo insulto sbadato insieme a un implausibile futuro mancato, rinunciò ai baci e riprese a fumare)
———————————-ha lasciato partire. E dopo, solo dopo, è stato possibile che fossi la giovane amante che splende di sorpresa chiusa nella stanza al riparo di rami e stupore e il mio corpo prigione, il mio corpo sbucciato, il mio corpo, la mia fedina penale, freddo come tutti gli omicidi che ha causato, tutto quel dolore, però ci sono i sospiri e ogni sospiro è una medaglia, un regalo, un gioiello, un bacio, una parola di perdono – i suoi sospiri – e il mio corpo è uno strumento di cui non devo più curarmi, che giace a me disfatto e migliore, la mia voce più dolce mi dice all’orecchio sei tu la ragazza innamorata nella stanza, e non fa male: piango di gioia. Scendiamo ancora. È un altro giorno ed è di nuovo qui e qui è un luogo di incanto ma il motivo è sbagliato e sono di nuovo qui, giuro che ci sono, giuro che ti ho aspettato sono

——qui è il posto sbagliato, la mia mente impigliata nei rovi, vado e vengo da dentro le fiamme, se mi muovo mi strappo se mi fermo mi sento bruciare e intanto da un’altra parte fuori da dove sono sto facendo del male, il mio sguardo è un’intermittenza e il mio amore è un fantasma nell’angolo che mi veglia e le mie gambe sono ancora aperte io sono ancora
—————- smembrata, come mille volte prima di allora, mentre i miei occhi guardano fuori da ogni confine e guardano la mia stanza da fuori il confine e disperatamente dico alla mia mente ti prego ti prego ti prego non ora, ora mi stanno aspettando, ora devo tornare, ti prego non farlo adesso, ti prego fammi tornare e poi come mille altre volte prima di allora sento arrivare la benedizione di un lenzuolo a coprirmi, a nascondermi in un gesto innato di pietà umana e ho già meno freddo ed è successo già uguale così tante volte e come ogni volta cerco di non pensare che è la cura che si riserva ai morti, non sono morta sono soltanto
————————- altrove, nascosta, coperta, separata per sempre per sempre per sempre la mia voce più dolce mi dice che se voglio posso tornare, l’altra cosa, la cosa che mi detiene, mi chiede dov’è che voglio andare. Resto immobile in un posto a metà strada e il ricordo delle ore precedenti scivola via lontanissimo e veloce e precipita negli abissi indistinti dove stanno i ricordi di infanzia, e dove stanno i sogni. Qualcuno mi aspetta ai bordi del mio campo visivo, la mia stanza è un vuoto d’aria e tutto si raffredda di nuovo e nel calo di pressione ogni cosa dolce legata a queste ore – i sospiri e le parole e i giochi e intima e straziante come una primavolta la possibilità concreta di un orgasmo strappato allo sfacelo della mia pancia e una canzone e una parola d’amore – ogni cosa dolce viene strappata via dal mio petto. Tutte le mie ossa scricchiolano insieme e la vergogna mi toglie la vista e poi non vorrei esserci non voglio più tornare e quello che c’è in quegli occhi dopo che hanno visto è più di quanto io possa sopportare.

Ma scendiamo ancora, e se vuoi posso essere l’amante / Scendiamo: caleidoscopio di pornografia scadente / Scendiamo: quello che davvero è stato – mentre un medico mi assolve e getta nuova luce sul mio passato, io ascolto la gelida, nuova, condanna / Scendiamo: la puttana che grida a comando / Scendiamo: che ne hai fatto del mio nome, ora che non ti sento / Scendiamo, dove vuoi che vada, cosa vuoi che cambi, ho finito la voce ho finito la pelle scendiamo e non ho più niente / Scendiamo le mie unghie non fanno presa sul nuovo ghiaccio che copre ogni cosa scendiamo il mondo a fine vertigine è vuoto e sono sola e sono solo quello che sono, sostanza inerte, il cadavere di un racconto che avrei dovuto tacerti.

Eppure resta qualcosa ancora da dire, nei racconti chirurgici delle mie gesta discutibili hai voluto saltare la parte migliore. Un lenzuolo buttato di nascosto insieme al sangue difficile da spiegare – sono solo graffi le cosce graffiate, i fianchi graffiati e gli occhi spalancati mentre – di notte voci di insetti mi spiegavano a cosa appartengo, di giorno stremata dalle inquisizioni rinunciavo a spiegarti e firmavo una biografia degradante. La mia mente disposta in linee scomode, per piacerti per
—————–assecondarti, questa colla indissolubile, questa corda alla caviglia, la libertà è una forma, irraggiungibile, di disciplina. Il silenzio è come cotone o acqua nelle orecchie, il disequilibrio ad ogni passo, l’assordamento ad ogni respiro, il pulsare del sangue che ti dice cose che non vuoi sentire, ossessivamente. Questo senso infinito di cura per una vita che è tutta una pezza a colore e il bene che c’è dissipato in cessioni gratuite, la banalità di una scena madre, l’ovvietà dei discorsi in piena sbronza il mio corpo una barchetta nel canale della pioggia, un giocattolo carico di maledizioni, il mio corpo ingoiato da Derry e fuori da ogni cosa nota, un orrore impossibile da ricondurre a un nome, annaspare e ingoiare e non distrarsi mai dal pensiero che le ultime parole che ho sentito sono state ti richiamo. Eppure non chiedersi mai cosa fare, un giorno, un giorno, un giorno ancora e poi è tempo di dimenticare le date e smettere infine e per sempre di aspettare, eppure non chiedere mai tu chi sei chi eri cosa mi hai fatto e perché non mi vuoi ma ormai tutto quello che posso dare all’amore è non chiamare mai il tuo nome, andarmene mentre non mi guardi e fingere con tutti di non esserci mai stata, di non averlo mai pensato, di non essere mai stata io e infine mentire e insistere di averlo sempre saputo.

Ora datemi un nuovo nome, vi dico cosa sono: c’era un cucciolo che agonizzava e io sono andata via senza fare ciò che c’era da fare, per vigliaccheria. Per cose come queste non esiste perdono.

Le colonne di San Lorenzo parlano la loro lingua bianca, la polvere si posa sui miei anni, non c’è nessuno, mando qualche messaggio inopportuno – sono in cerca di consolazione, ottengo un silenzio dovuto all’ora tarda e un gelido addio perfettamente in tono – la polvere si posa sulle mie spalle, sul mio cappotto nuovo, sull’orlo altissimo dei miei stivali in fintapelle, trentasette, tacco a spillo: sui miei capelli. E «non è niente, solo un pretesto per scrivere due righe di rimpianto, per ricamare un po’ sul mio dolore». Non coglie l’ironia – la sta scordando – e disapprova.
(e non piangere, se vuoi piangi, e non chiedere e chiedi pure ma non insistere, insisti e lascia stare, lascia stare, lascia perdere: ti prego, piangi pure. Ma non ci crede, e non ci crederà nessuno che ero pronta a tutto, questa volta, anche ad andarmene, anche a restare.)

Le immagini che ho sono tutto ciò che avrò: le sto dimenticando già stasera. Non so che dire. Posso parlare dei cappelli delle universitarie trasgressive, delle ragazze che si baciano con la lingua guardando l’obiettivo, dei vestiti di pizzo che avrei un tempo potuto indossare, di come resto zitta, di come sono scomoda – nella mia stessa pelle. Qualcosa è andato storto, qualcosa si è inceppato, qualcosa nel mio corpo ha preso, anni fa, la piega sbagliata e ora sfoggio una timidezza fuori luogo oppure strizzo il mio occhio sinistro e glitterato a chi ritorna a chiedermi certe cose e a dirmi quanto ci sia portata.

Tutto andrà perso.

Avrebbe dovuto esserci la nebbia, e io che non concedo schermi posso leggere le sagome troppo nitide come una specie di rivalsa, gli agenti atmosferici si adeguano alle mie pretese, bambina, ecco come ci si sente. Si alzano gli scudi. Mi viene in mente, senza alcun nesso, quando dissi «a volte ti avvolgono le nuvole, e non ti vedo più». La mia voce, disse, era l’eco di un’altra voce. Questa cosa ci ridusse al silenzio, per un poco. Ma davvero, solo per un poco.

Stordita di tristezza e da un vago, generico amore, comincio a tossire, a soffocare. La polvere si posa sulle mie dita tiepide, sul naso, sulla lingua. Disegno storie false sulla superficie della cenere che nevica sulle minuscole, brutte abitazioni, che mi annega e mi si intona: una casa in rovina il cui prezzo inaffrontabile è giustificato esclusivamente dalla sua posizione.

Sono sporchi, e non gialli, i vetri della galleria della stazione centrale. Prendo un caffè. Posso ancora concentrarmi sui libri, porre fine alla sospensione del mio giudizio critico, com’è stato, l’impatto? Com’è stato l’impatto: un paio di fratture, un terremoto altrove, mi riassemblo con calma, di ritorno nel mio piccolo mondo intatto. Bronzo per il terzo posto, dopo lo shock dell’addio che ha arrestato il mio cuore e la vertigine sul petto del mio grande amore.

Che mi detiene, mi fa battere i piedi e mi fa ridere, dice il mio vero nome. Che mi conosce, e non dimentica né considera la mia appartenenza, non mette in dubbio né tiene in conto il peso del mio sentimento folle. Che si allontana.

Ora aspetterò qualcuno che mi parli all’orecchio, che dica dolcemente: resta ferma, non andare. Che continui a chiamarmi in un nuovo, splendido nome.
Che dica: non ho voglia di leggere, smettila di abbellirti, di legittimarti evocando i morti, vieni a mangiare.
Che dica: non voglio che tu scriva mai più niente, voglio stroncare la tua carriera letteraria, raccontami ogni cosa, prova a parlare.
Che dica: spogliati. Che dica: stenditi. Che dica: non voglio che tu scriva una sola parola, resta ferma qui, non ti vestire.

Mi dispiace molto di aver pianto, quella volta, non era il caso; ma gli incastri metaforici mi aiutano a rimediare: io aggiusto le cose, io trovo le cose, anche se sto piangendo e anche le chiavi per lasciarti uscire. Aironi nella palude, fagiani sui binari, Intercity587 in direzione opposta e non mi illudo che siano una pena commisurata alla colpa lo stillicidio dei nomi, l’ordine inverso delle stazioni, però fa male. Imparo ciò che avevo già imparato. In ogni addio, il dramma di ogni addio, matrioska dei gusci vuoti di ogni cosa che ho perduto.
Ma c’è foschia, finalmente, ad addolcire i tratti di un percorso di ritorno

che mostra i denti. Finalmente posso rassegnarmi. Le eternità schivate, evitate, mancate, sfiorate di striscio e scampate, o abbandonate, vertigine dei futuri intravisti nell’allinearsi di due finestrini che per un attimo si confrontano; nei triangoli feroci tenuti sospesi come i nostri fiati, geometria immobile in una via del centro, due vertici a fronteggiarsi e rimandare il primo passo su strade divergenti; simmetria ironica dei nostri sguardi fissi, entrambi, ostinati e reticenti nella direzione sbagliata. E dell’altro non ho mai saputo niente, stretti in una paralisi poetica e crudele, la congruenza di un addio troppo brutale, fa troppo male, fa troppo male, fa troppo male ma non quanto

———–non quanto il terrore delle fiamme, la fine dell’eternità riproducibile dei gesti, degli affari quotidiani, le rughe di espressione che si inabissano, inarrestabili e sempre più evidenti – ma lentamente, così lente da non poter essere notate – e trovarsi invecchiati. E tutto il tempo, tutto il tempo del mondo, un viaggio banale e interminabile, lunghissimo, e tutto il tempo e tutta la strada del mondo, così tanta strada da annoiarsi, così tanta strada da potersi addormentare senza il terrore perdersi qualcosa che era l’ultima occasione per vedere – tutto il tempo che anch’io credevo di avere.
Tutto il tempo per ridere e discutere, per scopare e cenare fuori e sbagliare il taglio dei capelli e farli ricrescere, lentamente, così lenti da non notarli, e poi un giorno vederli lunghi, e il tempo per ammalarsi e guarire, e tagliarsi e aspettare e dormire insieme sempre, e infliggersi flagelli e poi lenirsi e tutto il tempo, tutto il tempo concesso da un’eternità plausibile, scelta e promessa e preservata; il tempo di tradire ogni cosa sacra e poi, insanguinato, il tempo di perdonare –anche un un nuovo amore, anche la vertigine dell’innamoramento per il bel viso di una sconosciuta intravisto nello scherzo dei finestrini allineati – il riflesso del tuo viso a sovrapporsi al suo e farti vacillare con l’illusione di un riconoscimento, di una somiglianza – di perdonare.
Il tempo, insanguinato, di cambiare, di diventare lentamente, così lentamente da non poterlo notare, incompatibili e dopo, l’attimo crudo della mutilazione, lo spazio angusto che erode, l’acido che corrode fino a mostrare quello che resta dei corpi e degli sguardi –tutti quanti siamo veri di cuore, tutti quanti abbiamo gli occhi aperti– il tempo per essere coraggiosi e costringersi a una forma che ti permette di restare, nell’unico posto in cui si vuole essere, nel luogo della grazia, restare e perdurare nell’eternità concessa e poi il tempo, benedetto, di svegliarsi, ancora una volta e per sempre nel posto giusto, e avere la forma giusta, poter restare. Il tempo di baciarsi di nuovo e per sempre, e sempre
———–come si bacia un nuovo amore.

Numero uno: il trauma del risveglio. Sono sempre scontrosa, persino o specialmente nel tepore che mi avvolge, inattendibile, oppure solo inatteso. Nonostante gli incubi, e il soffio dolce che mi sveglia, terrorizzata dal giorno. La mia mente procede per colpe ed espiazioni, e ora non so decidermi a tentare, lasciami dormire.

Che non è importante: come un dettaglio sbagliato mi staglio nel momento in cui mi sveglio da un pessimo sogno, vedo lampeggiare una dolcissima e ingiusta tentazione.
Che non è importante: come il muso di un cane o centinaia di piccole onde è la tenerezza che mi allarma, lucido le mie lame.
Che non è importante: le parole giuste, che sono sbagliate. Il mio piedistallo inaccessibile, il mio publico intoccabile, il limbo di un’occasione che si nega, sbrigarmela da sola.

L’amore è una religione oppure l’esatta sequenza dei gesti necessari per portare a termine una missione, io sono beata e martire, o solo inadempiente, non so decidermi e non credo, in ogni caso che qualcuno mi stia ascoltando. Qualcuno sta pesando la sua esistenza con la misura erronea delle mie belle parole, l’inganno dei miei occhi e la scenografia delle mie moine e non so promettere nulla di ciò che vorrei dare. Se smettessi di battere i piedi a terra e vagliare frasi da ricombinare potrei dire che io non sono abbastanza per pagarmi ogni cosa che potrei desiderare. O abbastanza forte per essere l’ennesimo investimento andato male.

——————-

Numero due: della mia coerenza. : ) Non mancano le buone intenzioni ma non resistono agli urti delle grandi occasioni, e io resto interdetta. L’ironia, sempre dovuta, che mi fa sorridere, e dieci voci che ridono di me nella mia testa. Cosa ne è stato dei miei errori passati?
Alla fine sfoggio sorrisi e buone parole, nel bar che chiamo casa, e dispenso occhiolini che sarebbero diretti altrove: per un Montenegro vi leggo le carte. È già successo, succede di nuovo: poca tecnica ma molta convinzione, lieta che l’ironia possa salvarmi in questa occasione, nonostante tutto non imbroglio: per tutti, perfino per me, ci sono buoni responsi. Ma evito di offrirmi da bere, e mi preservo, in nome di una premura di circostanza, di una stupida raccomandazione; eccoti le mie lame, le mie bugie a fin di bene.

Flashback: pare che i miei sogni si siano infine dissanguati, ora incastro un amico per un traffico di marijuana –per viltà– e ho interludi con prostitute transessuali, e metamorfosi piuttosto inquietanti, ma sono sempre integra e in piena salute: è un passo avanti?

È troppo poco, e da troppo poco, dico dall’alto del mio essere altrove, quando scrivo ho una erre impeccabile e lo smalto migliore. Ma ho le vertigini, e provo a sottovalutarle: quello che riesco fare è una piccola esibizione e un semplice, minuscolo salto mortale per atterrare alla base del mio piedistallo, strizzare l’occhio al pubblico –che è spettacolare– e non sapere più come risalire.
E poi sono in preda al panico, il tuono misterioso che fa tremare il mondo, oppure un animaletto invadente scivolato e poi in trappola nelle segrete di un castello; di certo sono una cosa inaccessibile e appartenente a un regno fisico differente. Sono fottuta.

——————-

Numero tre: della mia superstizione. Sono nell’unico luogo fisico dove voglio stare, a Roma esplosiva e tremante, balbetto offuscata dalle aspettative e gonfia d’amore. Allora smetto di preservarmi, nel capodanno più low cost della storia e il vino paterno a ristabilire le distanze –tra me e le cose che amo– tre euro, quattro castagne, e la smetto di domandare. Medito regali di buon anno. Medito di perdonare. Decido di capire. Mi giro di spalle, lancio la monetina e sorrido pensando che almeno posso smettere di preoccuparmi della mia pelle. Mi accorgo troppo tardi di essere stata troppo specifica nel mio desiderio di mezzanotte e la monetina è già in fase discendente. Ma mi perdono, mi perdono quasi tutto, e resto distratta. Per la terza volta non vado a letto con l’amico d’infanzia: qualcosa non va con le tempistiche, ragazzi miei, pare lo facciate apposta.
Divido il vino e una sera di ricordi con l’omonima della mia storica rivale immaginaria, che non si è mai annoiata di ascoltarmi e la cui bellezza, se non fosse la sua, potrebbe farmi impallidire. Più tardi le chiederò, commossa, di definirmi.

Non sono la ragazza amata da. Non sono la ragazza amata da. Mi fanno notare che è l’approccio sbagliato. Provo a invertirlo e qualcosa in me minaccia di spezzarsi, di certo non è il caso di pensare a questo.

Sono il desderio ardente in una monetina che qualcuno ha scagliato in una traiettoria imprecisa, rimbalzata sulle rocce e poi raccolta per essere rilanciata. Sono un desiderio riconvertito. Oppure, sono la monetina che, scagliata, ti ha esaudito.

(Non resisto alla tentazione: chiedo responsi ai miei oracoli che danno una risposta piuttosto implausibile . Non ho appigli per interpretare, c’è solo da leggere e accettare l’inequivocabile buona novella: da qui in poi non riesco a disperarmi.)

Sono la ragazza che con due chiodi è capace di fare qualsiasi cosa, sono il movimento distratto delle dita che aggiustano gli oggetti, che sbloccano gli sportelli delle lavatrici e creano nuovi congegni (pericolosi e precari, ma funzionanti), che ricostruiscono le barricate attorno ai fili elettrici esposti, che fanno accendere le lampadine, che isolano le prese con la plastica dei cioccolatini, che aprono i rubinetti, che incastrano i pezzi, che liberano le cerniere, che snodano i capelli, che costruiscono le lampade, che aprono le bottiglie con un libro e un accendino, che modellano cuori anatomicamente corretti, che sprigionano il gas dei fornelli, che ricombinano gli anelli di un laccetto d’argento. E dopo si chiude, si incastra. Dopo funziona.

Sono la ragazza con la gonna molto corta e le calze e il telefono rotti che sorride ai turisti in un pessimo inglese e prova ad ammiccare per ripicca alla fessura tra gli incisivi del ragazzo di New Castle. Due minuti dopo gli sta raccontando di quando una bambina bionda –che è sua figlia– è corsa da lei e l’ha abbracciata, sulle scale, e tenendole le mani strette attorno l’ha baciata.

Sono la ragazza con la voce roca delle serate lunghe, dopo quindici sigarette malgestite e la stanchezza vecchia di mesi alla quale pensa di essere abituata, la tristezza a cui recentemente abbiamo dato una rinfrescata. Ma parla, incredibilmente. Tutto quel silenzio è un ricordo e una definizione da raccontare a conoscenti piuttosto scettici: per la maggior parte del tempo dice cose irrilevanti. Trattiene il pianto.

Sono la ragazza i cui pensieri assomigliano a ricordi e che scrive la sua cronaca altisonante, la cui fantasia non è mai stata sufficiente; per scrivere, o per mentire o per svincolarla da se stessa, per inventarsi una via d’uscita creativa dall’angolo arredato del suo labirinto, o anche solo per tenere fuori le contingenze dall’autoerotismo.

Posso camminare per cinque chilometri senza sentire il freddo o soffrire troppo la malinconia, basta questo a definirmi? Gli incroci letterari, le case degli scrittori, la piazza rimasta legata al finto ricordo di quando ho immaginato di incontrare per caso il mio primo, e finto, amore. Il mio presentimento rivelatosi attendibile è diventato col tempo un dettaglio irrilevante nel racconto di una storia futile da cui, incosciente, mi sono lasciata segnare, o rovinare. È normale, mi dicono, ripercorrere ostinatamente il sentiero degli stessi errori, forse è una perversione come le altre, forse è semplicemente così che tu ti innamori. Forse non è il caso di pensare a questo.

Non ho più nulla a cui ancorarmi per fare i miei aruspici, e sono stanca dei miei espermenti, mi limito a godere di ottima salute e cercare indizi di mali inesistenti. Ma devo rassegnarmi a chiamare le cose con il loro nome: che i miei mal di testa sono i postumi di troppe sbornie, che quello nei denti non è più dolore ma indolenzimento, che la mia buffa e repentina bulimia si chiama fame. Ai miei capricci emotivi che nome dovrei dare? Forse non è il caso di indagare.

Non ho ancora trovato ciò che sto cercando. Oggi è quando faccio stridere le lame vere. In fondo a vent’anni mi era preclusa la pornografia e io la rimpiazzai agevolmente con uno scenario da macelleria; anche sporcarsi le mani di sangue vero è un buon esercizio per imparare la distanza, la smetto di dipingermi così trasparente e dopo forse potrò ancora convincermi di avere una buona scusa per ogni cosa.
Rido di gusto quando mio padre mi mostra l’ematoma scoperto sul muso dell’animale, mi tocco il naso. È divertente, anche se è probabile che io e mio padre non stiamo pensando le stesse cose. E i corpi sono tutto ciò che abbiamo, e mi consolo considerando che ormai da tempo, con lui, ho sostituito i gesti alle parole: con le guance arrossate dalla febbre sorrido e riaccendo il fuoco e questo vale di più di ogni bel voto a scuola, ci sorridiamo. Credo che ormai da tempo lui mi abbia perdonato la mia facilità alle lacrime e alle risposte sbagliate, il mio scarso appetito e l’affronto di non aver ma amato il mio nome e i miei capelli, uguali a quelli di sua madre, e di sua moglie.

Il ragazzo mi disse, nel giorno catastrofico dell’addio che mi ha asfissiata, dei fiori fatti di palloncini e cuoricino non piangere che io ti amo, sperma nei capelli e una luce e un mistero nei miei occhi che dissuase mia madre dal chiedere spiegazioni, mi disse “casa è dove devono farti entrare”. Allora ignoro i miei presagi, tralascio i responsi e sfinita la smetto di fare domande. Dal posto dove vivo, se è molto secco e molto freddo e se sono abbastanza in alto, posso vedere entrambe le rive di un golfo con le luci disposte in ordine a frantumare la percezione e riempire il petto di nostalgia, di un tremito irrazionale. Il mare però resta lontano quanto la luna, e un mistero che non posso indagare, non questa notte, non da sola. Sento la vertigine, le mani gelate, la febbre e la voglia insopportabile di scusarmi per i gesti maldestri che faccio in preda a una violenta tachicardia per la quale non ho attenuanti, né spiegazioni. Non mi importa di tremare. Fingo che non ci fosse più nulla che potessi fare. Fingo che non ci fosse nulla che potessi evitare. Fingo di non aver sbagliato niente e che adesso per me sia davvero necessario indagare la forza delle mie gambe, imparare la gioia di stare al mondo, scuotere al mondo i miei capelli privati di ogni appartenenza e infinitamente belli.

Quello che avrei dovuto chiedere, invece del mio desiderio troppo preciso e troppo poco etico, leggermente anacronistico e da qualche ora già inavverato: essere come il mio vestito preferito, trovato sette anni fa sulla bancarella del mercato: una cosa piccola che non ha mai richiesto sacrifici, una cosa né preziosa né delicata, una cosa indistruttibile, e bella. Quello che avrei dovuto chiedere: di essere necessaria e disponibile come la lampadina della camera dove si legge, e mai e poi mai lo spettacolo delle luci arancioni sulla riva di un mare lontano. Quello che avrei dovuto chiedere: di essere amata per il risuultato e non per il processo delle mie sottrazioni, per le cose che sanno fare le mie mani e non per il mio grande talento nel raccontare i miei fallimenti. Ed essere la cosa più dolce da sfoggiare, e che nessuno debba scusarsi di avermi voluta, o di avermi.

Sono abbastanza grande: non riuscendo ad estirparli, dovrei pacificarmi con i miei bizzarri processi di apprendimento, di interpretazione. Col mio pensiero magico personale, con le mie arbitrarie superstizioni, con i miei riti divinatori. Col fatto che sono quasi sempre in grado di fornire una lettura poetica del passato e di intravedere il futuro nei segni del mondo e non sono mai stata capace di capire il presente. Con una mente che ritaglia il mondo in complcati schemi allegorici. Che è capace solo di interpretare e non di capire.
E posso sempre ridere della banalità dell’impianto shakespeariano, posso progettare un viaggio in oriente per cercarmi una fede meno cruenta, posso mettermi sotto stretta custodia e aspettare il primo giorno di primavera, posso ridere dei miei desideri. Posso sempre allungare la mano e rompere l’attesa e vanificare le mie pretese.

La febbre che mi infiamma, guido sulle strade dove sono nata, i posti incantevoli in cui sono già stata, di cui conosco ogni prospettiva, ogni improvviso abbaglio di sole, ogni curva ghiacciata, ogni traliccio, ogni tornante non segnalato, ogni pianta ricamata controluce, ogni chiazza di neve, ogni accumulo di foglie, ogni frana trascurata, ogni crepa tagliente nell’asfalto, e ogni albero secco su cui i falchi si fermano per farsi guardare, e so che non posso indicarli ora che sono io a guidare, ogni pericolo mortale. Conosco ogni cosa e posso distrarmi, accendere una sigaretta e crogiolarmi nelle scintille, nella luce che si riversa, che si sdraia obliqua come un effetto, pensare al freddo e alla trasparenza, alla comicità della mia anima rapita sotto il cielo color vaniglia di gennaio che mi ha inventata. E restare assorta nel ricordo impreciso di un altro continente obliato -la spina nel palmo della mano-, degli scenari che, per poco, hanno baluginato, dello stupore venuto a risvegliarmi -ad operarmi- e a consacrare il quindicidicembre e un gruppo musicale sopravvalutato.

[ho fatto del mio meglio]