novembre 17, 2015

In tutta la mia vita, solo due volte ho letto cose che non avrei dovuto leggere (“che non mi appartenevano”); conversazioni private che non mi includevano. Erano entrambe mail, scritte dalla stessa persona, indirizzate alla stessa persona. Entrambe le volte è stato per caso, è stato per sbaglio, pagine lasciate aperte per fiducia o disattenzione (c’era la colpa: non ho distolto gli occhi). Entrambe le volte, il destinatario era il mio fidanzato (lo stesso), entrambe le volte il mittente era la sua amica; la prima volta il mittente era la mia amica, la seconda volta era la mia nemica. La seconda volta ero sul letto da sola, in casa mia, lui era uscito e la sua amica (smettendo di essere mia amica) diceva: non merita nulla, devi lasciarla. La prima volta ero in un ufficio impolverato nel centro storico di una città molto fredda. La lettera diceva: mi dispiace che la Meringa stia così, forse ha un’Alaska.

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In alcuni momenti la mia mente era una molla che si tendeva, si tendeva, si tendeva, come un elastico di gomma tra due dita, quella sensazione epidermica di pericolo: la libertà intesa come catastrofe e il mio corpo perdeva il sistema centrale di elaborazione dei dati, ogni evento (“gesto”) restava lì, senza un apparato di significazione, senza un giudizio di valore, un cambiamento di stato fuori dal tempo e dallo spazio e dalla lingua e dal racconto, un ossimoro; la sofferenza del mio corpo era il dolore di un animale che muore di sete nel deserto, distante da tutto, dove non hanno senso le immagini e i suoni. In alcuni momenti il mio corpo volava via, la mia mente restava a sorvegliare un guscio vuoto di pelle, a elaborare teorie, spiegazioni, scuse, attenuanti. Torna qui, dicevo, torna qui, non ti farò male mai più, torna da me, dicevo al mio corpo. A volte dicevo: muori. In alcuni momenti la mia mente si sollevava e guardava il mio corpo e provavo pena per me.

La mia Alaska era qualcosa all’interno del mio corpo o della mia mente, della cui esistenza non avevo indizi, ma la cui inesistenza mi sembrava incompatibile con la vita. L’esistenza di questa cosa era un postulato. Rincorrere l’Alaska, però, è il modo per morire da soli e morire di fame, e tutte le teorie che basavo su quel postulato si rivelavano indimostrabili, o sbagliate.

Mi dispiace molto non averlo capito prima di causare così tanto dolore, mi dispiace molto anche averlo capito adesso e non avere più scuse per i miei esperimenti, per sperare. A tratti, quando la febbre (è una metafora) si abbassa sperimento un lampo di indulgenza, di protezione, nei confronti del mio corpo che mi ha tradita una volta, una sola, la prima volta, non sempre, non ogni volta: dopo è stata sempre colpa mia. La crudeltà che mi si imputa e che mi imputo, tutto quello che di me si racconta (che è tutto vero), impallidisce rispetto a quello che ho fatto a me stessa.

Le cose che vedi, quando non distogli gli occhi, sono impossibili da cancellare. Io ho visto la distanza e ho visto la mia posizione, come dallo spazio, la mia posizione reale, e ho visto la mia pelle aprirsi e la mia carne aprirsi e le mie ossa separarsi e i miei organi spostarsi per i miei occhi e il fascio di luce e dentro non c’era niente. Ho visto le cose che desideravo e la loro posizione reale, ed erano tutte fuori da me. La mia risposta era la chiave per una stanza vuota e quando la febbre scende e smetto per un attimo di piangere e sento per il mio corpo quella strana indulgenza, quella strana clemenza, penso che almeno, almeno, finalmente posso riposare.

È una forma di perdita piuttosto radicale.

giugno 20, 2015

Vivere così non è sempre difficile.

Con gli abissi a due passi mi basta
meno che agli altri (sul serio;
basta guardarmi).

È sempre difficile, invece
separare le cose. Per esempio adesso,
chissà se tutta questa morte
è qui per me o per l’altra
(lo dico sorridendo, lo so
che non c’è nessun’altra).

Allora penso, per raccapezzarmi:
forse il pianto è legittimo
mentre i graffi sul petto
sono un po’ troppo.
Mi sembra di aver trovato un criterio.

Però, voi lo direste legittimo
piangere per niente? Oppure,
se non è niente (perché è tutto)
voi direste che è troppo
segnarsi il petto?

Questa è la parte difficile.

Vivere così sembra una religione.

Che questa voce non mi appartenga
invece è un dato oggettivo.
La mia è in ostaggio e prega
e non vuole trattare. Cerco di guardare
le cose con occhi diversi («lo sai che tutto questo
è già successo» e «come le maree, dolcezza,
come la luna» e «che è inutile, ma non è mortale»)

i miei li vedo:
spalancati sul vuoto
chiedono aiuto.

aprile 8, 2015

Mettiamo che sia il mare
un posto che non si può abitare
– il fracasso delle onde che si spaccano
caparbie sulle pietre
si sfracellano di testa per cercare
la morte nell’impatto, ostinate
per rabbia o per la forza
irreprimibile: il potere
rovente che le gonfia. Mettiamo
essere io la testolina
distante che galleggia, persa
nella bonaccia e già spacciata
nella furia. E mai scordare,
mai, che non c’è intento,
né voce ad invocare
la mia morte; non c’è intenzione. Il corpo
sugli scogli disossato è conseguenza
di scontri sotterranei dei giri
della luna, dei moti che governano le onde – la forza
rovente che le gonfia – e leggi sismiche
e gravitazionali che confliggono e non parlano
una lingua umana: ha inizio
una catastrofe peggiore nell’attimo
in cui pensi di trattare
con le maree. Decade il verbo
dinanzi a ciò che esiste
in assenza del verbo; pregando
inviti la morte.

Ora, soppianta la stanchezza
il desiderio di vita incrollabile
il tremito nei muscoli
è costante e quasi cedono
le braccia, le gambe: ma ancora quando sale
la marea sono più in alto
degli astri che la chiamano, sfiorano
le dita dei miei piedi quando scende
le ossa dei naufraghi sul fondo
e la pelle di belve preistoriche
e mettiamo che sia troppo:

[Se c’era guerra nel ventre
del suo mondo, il posto
più sicuro era lontano
da me (resta distante e ferma
ti prego, all’orizzonte) ma lo stesso lei veniva,
nel suicidio sanguinario delle onde,
come una martire, come una bestia
ammalata della riva, come un cane.
Sembrava proprio
fossi io restando immobile
a tritarle le ossa
a schiantarmela contro: nella tempesta
veniva da me come al martirio.]

Allora mettiamo che sia il mare
un posto che non si può abitare
che mi dicano, infine: vieni via.
E allora, supponiamo che cammini,
due pugnetti d’acqua nelle mani strette,
senza voltarmi, senza quasi pensarci.
Mettiamo la pelle
asciutta che guarisce e si colora
una casetta lontana dalla costa
un tavolo in cucina e sul tavolo dei fiori
recisi dentro a un vaso
e un piattino d’acqua
salata, briciole di pane.

Come lo chiamereste, voi? Lo chiamereste
mare? Lo direste voi
che sottostavo ai comandi diretti
dei pianeti, la pressione del mio sangue
che oscillava con i flussi magmatici
abissali, che udivo
le confessioni esoteriche dei vortici,
che mi era dato di conoscere la lingua
degli amanti annegati? Mi amereste
lo stesso, lo direste
che ho saputo il mare?

Vorreste ascoltare i racconti
di quando nel suicidio
disperato delle onde
nel tumulto che non sente il pianto
né conosce argomento
io tendevo la mano? E dunque
potrei dirti di restare – ora – soltanto
per le tende chiare
per la luce che entra di taglio
nello spazio che toglie il mio corpo
ai flutti e alle stelle,
per un piatto di sale?

marzo 29, 2015

Sooner or later, whatever you’re waiting to hear will get itself said.
It doesn’t matter what it is: I love you or I’ll never speak to you again.
It all gets said, often in the same night.

Louise Glück, from Poems

marzo 27, 2015

Quando torno verso casa alle tre del mattino
un po’ sbronza un po’ triste
e mi sfrecciano accanto i rari autobus notturni
– all’interno i camerieri e i venditori di rose
assonnati, sfiniti, gli spacciatori di erba –
la guida pericolosa degli autisti annoiati che inchiodano ai semafori
stanchi più di me, come da bambina
fischio agli uccelli che cantano a quest’ora,
malinconici; e forse non sono così triste, e loro
fischiano in risposta. Incrociando qualche passante
sorrido le mie scuse.

Però non sono sicura che davvero mi rispondano
forse hanno solo voglia di cantare
o bisogno, forse fanno cose incomprensibili
da uccelli.

E anche se mi rispondono, non sarà certo
nella stessa lingua. Loro non hanno idea
di cosa voglia dire essere una ragazza
che torna a casa di notte
un po’ triste un po’ sbronza
sulla prenestina ovattata e sconnessa,
l’odore degli orti al di là del muro.

Questo è un pensiero triste. Intendo,
che non mi rispondano. Magari
io immagino la malinconia
nei loro canti di gioia, di corteggiamento.

Eppure, penso, sono pur sempre la ragione
del mio fischiare. È così che va il mondo.
È per loro che sono questa ragazza
che canta alle creature nei nidi
sono per loro i miei dialoghi
immaginari.

Forse non sono così triste. Ma spero,
se non possono capirmi,
che almeno non mi sentano.

marzo 25, 2015

Born inside the gates of the family
Hardened by a Roman machinery
Cast among the building sites
The coiling wires, the shots collected

Called out in the wake of a lottery
Held inside the family gathering
Mirrored beams and doglike stretch
The wandering association

Murmurs in the dark confessional
And it rides along the road, ephemeral
As in animal life

Rusting in the shade of the batteries
Hanging from a rope in the gallery
Pacing down the balance beam of half-remembered holidays

No rush of light, no sign of belonging
No joy in building, love in the finishing
Chasing down an anodyne and half-reflected radiance

To hide below the ancient barricade
In chambers like the rooms a swallow made
For an animal life

Charging down the maw of the ocean
I wanna come close, I wanna come closer
I held your name inside my mouth through all the days of wandering

But called out from the mouth of oblivion
Cast away like dogs from the shelter
I shed the dulling armor plates
That once collected radiance

And surging at the blood’s perimeter
The half-remembered wild interior
Of an animal life

marzo 3, 2015

Sono sempre i sogni del mattino
a generare il pericolo.

Dopo, avanzerai su pavimenti inclinati
per un giorno, forse due
forse più a lungo.
Dalla stanza al bagno alla cucina
una salita di marmo
una pendenza di marmo oppure
restare distesa lì in fondo
per un poco, dove le mattonelle incontrano
la carta da parati in un angolo acuto.

Oppure, vestirsi, girarsi
i capelli sulla testa
respirare con ostinazione.

Viene sera, che sbiadisce i segni
i caotici frammenti onirici
sbavati in presentimenti

dalla cucina al bagno alla stanza
una lastra di marmo, oppure
una poesia che non vale niente
scritta soltanto per ammaliare le voci
e zittirle, un momento. Senti,

senti cosa ti racconto: questa mattina
era qui, mi ha riempito
le braccia di fogli, mi ha regalato una foto
in cui non ho i denti.

Una discesa di marmo, ma
ho capito, davvero
ho capito. Soltanto un’altra sigaretta
per domare il terrore;
solo un altro minuto.

Soltanto: poter comprare sempre tutti il libri
con dentro le poesie
che non ho letto, e soprattutto
quelle che ho letto, una volta
delle quali non ricordo che la fine, ma ricordo
che erano importanti.
E poi, poter sempre
lavorare di notte fino all’alba
ogni notte e dopo
non mettere la sveglia
e soprattutto
saper saltare sempre con successo
oltre il precipizio
dei primi tre minuti
del mattino: essere in salvo
e non guardare in basso. E poi,
anche, che tutto questo fumare
non faccia troppi danni,
che non muoia nessuno,
nemmeno io, e soprattutto
non tu, non prima
di avermi telefonato
di nuovo.

gennaio 6, 2015

Con la disciplina combattiamo
il panico dell’ora del sonno
l’ultima fine del giorno.

Iniziamo, discplinati, i passi
più neutri: lavare i piatti, i denti
spiegnere le luci in cucina

con la disciplina, ci  traghettiamo
verso il buco, il risucchio
delle ore e le albe
premature – guardando altrove

perfino quando: il freddo
non abbandona i muri, o la febbre
il mio corpo i cui sintomi
sarebbero identici se tu
potessi almeno sentirmi la fronte
invece lavo i piatti
i denti
come coi bambini dal dottore:
cerco di distrarmi.

Dopo è giorno, lo strappo
di un cerotto l’atto di coraggio
– durerà solo un secondo e poi

andrà tutto liscio, promesso,
fino a sera.

dicembre 13, 2014

E poi: siamo eroici e onesti e c’è qualcosa di commovente nella nostra perseveranza, nel restarci fedeli, nel non negarci mai, nemmeno in sogno, l’evidenza dei fatti (dei desideri più cupi), nell’ammettere, sempre e ancora una volta, l’inammissibile. Le ferite sempre meno estetizzanti, gli avversari inadeguati, le spalle contro al muro umido di una traversa buia di via del Pigneto (nonostante io sappia più cose, nonostante io sia più sveglia o forse proprio per questo), “una violazione così sfacciata”, senza smettere di fumare, di sorridere, di sperare e aspettarmi dell’altro (fino a chiederlo, forse, in una voce gelida che non mi riconosco), senza esitare.

Ma quando avremo esaurito le possibilità della violenza, percorso tutte le strade costeggiando un confine, un limite che ci racconta fin dove è lecito condurci, fin dove è innoquo (o non letale) spingerci, quando saremo sazi o finalmente stanchi, e diremo basta così, basta così, a quel punto quanto tempo ci resterà per il resto, per il fuoco per il quale ci alleniamo, per la luce a cui vorremmo, con tanta innocenza, consegnarci?

D’altra parte, non è detto che si finisca per stancarsi; non è detto che un altro fuoco esista.