Protetto: (teoria) n.1

febbraio 20, 2015

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(il tempo ci sfugge) n.7

febbraio 17, 2015

Ci sono, naturalmente, cose
che non possono dirsi.
Deflagrazioni il cui rumore si è estinto
da centomila anni nello spazio profondo
luccicano ancora intermittenti
in certe notti:

le catastrofi permangono
permangono le lucine dell’ospedade
sul fianco della collina
del cimitero sotto la finestra
della mia casa, permango io
in piedi al davanzale, svestita
o in lacrime, ancora così commossa
o già perduta. Restano le stelle.

La cosa migliore che potesse accaderci:
noi non ci siamo mai disincarnati,
tutti quelli che amo sono ancora in vita.

(Poiché è permesso consolarsi soltanto
con le cose molto molto grandi.)

La poesia che aveva perso il ragazzo
era scritta sopra un foglio di quaderno
ripiegato quattro volte
nella tasca del mio portafoglio.

Soltanto: poter comprare sempre tutti il libri
con dentro le poesie
che non ho letto, e soprattutto
quelle che ho letto, una volta
delle quali non ricordo che la fine, ma ricordo
che erano importanti.
E poi, poter sempre
lavorare di notte fino all’alba
ogni notte e dopo
non mettere la sveglia
e soprattutto
saper saltare sempre con successo
oltre il precipizio
dei primi tre minuti
del mattino: essere in salvo
e non guardare in basso. E poi,
anche, che tutto questo fumare
non faccia troppi danni,
che non muoia nessuno,
nemmeno io, e soprattutto
non tu, non prima
di avermi telefonato
di nuovo.

gennaio 6, 2015

Con la disciplina combattiamo
il panico dell’ora del sonno
l’ultima fine del giorno.

Iniziamo, discplinati, i passi
più neutri: lavare i piatti, i denti
spiegnere le luci in cucina

con la disciplina, ci  traghettiamo
verso il buco, il risucchio
delle ore e le albe
premature – guardando altrove

perfino quando: il freddo
non abbandona i muri, o la febbre
il mio corpo i cui sintomi
sarebbero identici se tu
potessi almeno sentirmi la fronte
invece lavo i piatti
i denti
come coi bambini dal dottore:
cerco di distrarmi.

Dopo è giorno, lo strappo
di un cerotto l’atto di coraggio
– durerà solo un secondo e poi

andrà tutto liscio, promesso,
fino a sera.

dicembre 13, 2014

E poi: siamo eroici e onesti e c’è qualcosa di commovente nella nostra perseveranza, nel restarci fedeli, nel non negarci mai, nemmeno in sogno, l’evidenza dei fatti (dei desideri più cupi), nell’ammettere, sempre e ancora una volta, l’inammissibile. Le ferite sempre meno estetizzanti, gli avversari inadeguati, le spalle contro al muro umido di una traversa buia di via del Pigneto (nonostante io sappia più cose, nonostante io sia più sveglia o forse proprio per questo), “una violazione così sfacciata”, senza smettere di fumare, di sorridere, di sperare e aspettarmi dell’altro (fino a chiederlo, forse, in una voce gelida che non mi riconosco), senza esitare.

Ma quando avremo esaurito le possibilità della violenza, percorso tutte le strade costeggiando un confine, un limite che ci racconta fin dove è lecito condurci, fin dove è innoquo (o non letale) spingerci, quando saremo sazi o finalmente stanchi, e diremo basta così, basta così, a quel punto quanto tempo ci resterà per il resto, per il fuoco per il quale ci alleniamo, per la luce a cui vorremmo, con tanta innocenza, consegnarci?

D’altra parte, non è detto che si finisca per stancarsi; non è detto che un altro fuoco esista.

(tell me the truth) n.23

dicembre 8, 2014

Azzardo una spiegazione:
scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito.
Jean Genet

dicembre 3, 2014

La cosa è che per tutto il tempo di fronte ai miei occhi, a un passo da me, c’è il varco per una dimensione parallela. È una dimensione che conosco, e che ricordo, e basta un passo. Una versione alternativa della mia vita, una versione orrenda della mia vita, è a un passo da me, davanti ai miei occhi, per tutto il tempo. A volte decido di non guardarla, a volte decido di guardarla, ma è sempre volontario e mai inconscio. Mi muovo costantemente in un universo che potrebbe essere un universo differente; questo relativismo è terrificante. So che ogni mio gesto è una versione diminuita e ammissibile di un altro gesto, che scelgo di non fare. La cosa è che spesso (non sempre, ma spesso) l’altro gesto mi sembra quello onesto, l’altro universo mi sembra quello vero e i miei movimenti del mondo sono questo lunghissimo inganno, questo autoinganno, quello che fanno i bambini quando dicono “facciamo che ero”.
Io faccio che ero questa ragazza, questa giovane donna, e non l’altra.
Ma davanti ai miei occhi, tutto il tempo, c’è il varco per una dimensione dove io sono seduta e inizio a piangere per non smettere mai più e poi muoio perché in quell’universo le regole sono diverse e la gravità è più forte e la luce è più fredda e la logica conduce a conclusioni differenti e in quell’universo piangere è l’unico gesto possibile, morire è il più razionale.
A volte penso che la mia scelta quotidiana di mentire e restare da questa parte sia la cosa più importante. Altre volte, credo la cosa più importante sia l’esistenza del varco.

(ennet house) n.19

novembre 28, 2014

Cattura

novembre 28, 2014

«Probabilmente non mi importa tanto di essere capita».
«Come?»
«Probabilmente io non voglio nemmeno essere capita».
«Lei non vuole essere capita?»
«Probabilmente no».
«E secondo lei, ragionandoci, la cosa normale è desiderare di essere capiti o non desiderare di essere capiti?»
«Voler essere capiti».
«Sì».
«Però non voglio nemmeno mentire».

(afasia) n.14

novembre 27, 2014

Rorschach10